De Arte Videoludica Ludendi

Se ce lo avessero raccontato vent’anni fa, avremmo riso di gusto. Oggi lo scherzo è diventato realtà: anche in Italia si parla di arte videoludica. O meglio, di videogiochi come forma d’arte. Parola del Ministero della Cultura!

Arriva la BOMBA 

Tre giorni fa,14 maggio 2021, succede qualcosa di inaspettato. Dopo anni e anni di sforzi da parte di IIDEA (Italian Interactive Digital Entertaiment Association), il videogioco è riconosciuto come forma d’arte. Il Ministro della Cultura Dario Franceschini dichiara:

“I videogiochi sono frutto dell’ingegno creativo – ha dichiarato il Ministro Franceschini al momento della firma – ed è giusto che, analogamente a quanto avviene per il cinema e l’audiovisivo, possano ricevere un sostegno, se riconosciuti come opere di particolare valore culturale. In Italia il settore è in crescita esponenziale, con numerose start up di under 30 in grado di sviluppare prodotti di elevata qualità, attrarre le grandi produzioni internazionali e far crescere i giovani talenti. Si tratta di vere e proprie officine creative, che meritano ogni sostegno e possono contribuire a nuovi modi di conoscere e di apprendere”.

Aggiunge inoltre:

“E’ giusto che, analogamente a quanto avviene per il cinema e l’audiovisivo, possano ricevere un sostegno, se riconosciuti come opere di particolare valore culturale. In Italia il settore è in crescita esponenziale, con numerose start up di under 30 in grado di sviluppare prodotti di elevata qualità, attrarre le grandi produzioni internazionali e far crescere i giovani talenti. Si tratta di vere e proprie officine creative, che meritano ogni sostegno e possono contribuire a nuovi modi di conoscere e di apprendere”.

Ok, figo, ma che vuol dire? 
Ragazzi belli, vuol dire che le aziende e i produttori di videogiochi verranno agevolati fiscalmente, con uno sgravo del 25%!

BOOM.

First Reaction: SHOCK

Appena saputa la notizia, ovviamente ho pensato che mi fosse venuto un ictus. Tuttavia, siccome continuavo ad avere il pieno controllo del mio corpo e sono ancora vivo, tenderei ad escludere questa opzione. Ne consegue, secondo logica, che dev’essere invece vero.

Finalmente in Italia creare videogiochi è riconosciuto come arte. Certo, per noi giocatori non è certo una novità: chi si è interessato molto a questo campo sa che per la creazione di un videogame ci vogliono una miriade di artisti. Conceptartist, modellatori 3D, scrittori per la concezione di personaggi, storie, mondi, character design, musicisti… 

Senza contare che dal 1998, grazie in gran parte ad Ideo Kojima, si è introdotta pure la cinematografia all’interno dell’economia del videogioco, rendendo dunque necessaria la presenza di un regista, esperti di fotografia, ecc. ecc. Sappiamo benissimo di non aver certo carenza di talenti qui. (Sì, anche per il cinema. Dai, abbiamo registi capaci, non si fanno solo cinepanettoni o melodrammi da quattro soldi, su!)

In questo esaustivo video di Mortebianca potete sentire nel dettaglio molte valide argomentazioni a favore del riconoscimento dei videogiochi come arte.
Per parecchie cose la pensiamo allo stesso identico modo a quanto pare

È emblematico che questo status di espressione artistica sia stato riconosciuto globalmente, o quasi, dalle istituzioni: basti pensare che il Max Payne della Remedy  fu sviluppato anche grazie a un programma istituito dal governo Finalndese atto all’agevolazione dello sviluppo di videogiochi prodotti nel loro paese.

Nonostante ci siano da anni delle prove dietro alla tesi videogioco=arte (come ad esempio Braid, un vero gioiello concettuale giocabile),  questo viene tutto visto alla stregua di boiate per bambini. Un pochino come le mamme che vedono un Pokémon, e per loro è Pikachu, buona parte della classe dirigente (e della popolazione) non riesce a distinguere un Candy Crush da un Planescape: Torment.

Nonostante tutto l’Italia, che di arte qualcosina ne sa, si è levata le fette di prosciutto dagli occhi. Meglio tardi che mai, no? 

Non è successo solo ai Videogiochi

Se andiamo a vedere bene la denigrazione è un processo che hanno subito tutte le forme d’arte. Nate come intrattenimento, sviluppate poi per veicolare messaggi e quant’altro ma, per generazioni, alla stregua di una perdita di tempo. Pensiamo un attimo al cinema: persino i suoi inventori, i fratelli Lumière, lo vedevano solo come un divertissement, niente di più una moda passeggera, un’invenzione senza futuro. Beh… Non è andata esattamente così.

Pensiamo, oppure, al cubismo di Picasso. Quando dipinse Les Demoiselles d’Avignon, fu criticato aspramente da Matisse, amico e collega del grande artista spagnolo.
Fu proprio al maestro francese che dobbiamo termine “Cubismo” per indicare quella forma artistica che può essere apprezzata o meno, ma comunque riconosciuta come tale è rispettata.

Scusa Fratè ma a sto giro hai toppato

Sapete che persino i libri hanno avuto lo stesso destino in passato? Socrate stesso, quindi neanche L’ultimo dei cretini, criticava apertamente la scrittura, definendola una forma inferiore di apprendimento rispetto al dialogo con un maestro. L’idea era dovuta alla natura statica della forma scritta, poiché con una persona potevi parlare, discutere, fare domande eccetera. Ma un libro? Ovviamente no, non si poteva fare nulla di tutto ciò. Quello che era scritto non poteva essere cambiato a differenza delle idee che potevano evolversi tramite il dialogo nè interrogato per dissipare i propri dubbi.

Abbiamo visto tutti come è andata.

Prima di essere Arte, si è una robetta da poco

A mio avviso il videogioco sta subendo lo stesso destino. Nato come semplice intrattenimento nelle basi militari, negli anni si è evoluto in qualcosa di via via sempre più complesso e mutando in un possibile veicolatore di messaggi, idee e, sogni.

Ora, giustamente direte “Ok, tutto molto bello, ma noi che ce frega? Non ci sono uscite di un certo livello, chi è che sviluppa in Italia se non qualche sviluppatorino indie (che comunque spesso fanno roba meravigliosa, e se la pensate così vi picchio fortissimo perché c’è un mercato meraviglioso)?” Magari chi legge questo articolo già lo sa. Però, per tutti gli altri, ho una notizia interessante: lo sviluppo di videogiochi italiani di un certo livello esiste da un pezzo

L’italia e la Simulmondo

Simulmondo - Un esempio pratico di arte videolodica italiana

Senza scomodare il recentissimo Daymare 1998, basti pensare alla vecchia casa Simulmondo. Sviluppatori nei primi anni 90 per AMIGA e PC, i loro giochi venivano esportati allegramente in buona parte mondo. Non quello simul.

Ciò che caratterizzava questa compagnia era l’idea di mettere in scena fumetti interattivi, all’epoca un’idea nuovissima e artisticamente incredibile. Si parla del 1988, ragazzi belli, e queste soluzioni artistiche, come mischiare il side scroller con l’avventura grafica in giochi a puntate, non erano mai state neppure pensate. Sì: i giochi erano puntate di una serie che veniva portata avanti continuamente. Era roba nuova, poco sfruttata e utilizzata in maniera egregia. La compagnia purtroppo ha chiuso i battenti nel 2000, provocando un vuoto non solo all’interno del cuore di noi poveri giocatori, ma anche all’interno del mercato stesso.

Idee del genere, con la giusta evoluzione, avrebbero certamente giovato al mercato dei videogiochi. Soprattutto quello italiano. Ma la vita è crudele, il mondo fa schifo e nessuno ottiene mai quello che vuole.

Gekido, Just Dance e altra robina

Curiosamente, però, sempre nel 2000 successe qualcosa di molto interessante: il NAPS Team, sviluppatore italiano, diede luce a Gekido per la prima PlayStation. Acclamato da critica e pubblico, ottenne un buon successo, al punto da far sì che il brand avesse un episodio su Game Boy Advance. Purtroppo, per quanto la compagnia continui ad esistere e a produrre videogiochi, questi furono i colpi migliori sparati dalla compagnia. Rimasero tuttavia esempi più che notevoli, soprattutto in un periodo in cui lo sviluppo di videogiochi in Italia era quasi assente.
Un enorme successo commerciale, che continuò ben più a lungo, lo ebbe la serie Just Dance. Eh sì. Potete odiarli a morte, ma furono prodotti da Ubisoft Milano, totalmente in Italia, ed è indiscutibile il risultato commerciale. Tra i vari Remothered, Bud Spencer & Terence Hill: Slaps and Beans, Rabbid Big Bang e parecchi altri successi, è così che cresce la scena dello sviluppo anche da noi, in Italia.

E gli Indie?

Anche qui vantiamo dei gioielli pregevoli che, con un briciolo di aiuto, potrebbero raggiungere vette altrimenti impossibili. Andate a farvi un giro su GPI per farvi un’idea. Abbiamo fior fiori di artisti in ogni campo, con il sogno di creare una finestra sul loro piccolo mondo virtuale e che, forse, finalmente vedranno in questa nuova direttiva del governo la possibilità di realizzarlo. Avete idee? Storie da far vivere? Personaggi da far conoscere e mandare all’avventura? Facciamolo, facciamo diventare veri e concreti i nostri deliri. C’è la chance, ed è questo il momento per farsi avanti. Prendiamola al volo.

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