LARP – Not even once

Oggi tutti noi conosciamo, perlomeno per sentito dire, la realtà dei LARP. Eppure, da qualche parte là fuori, questo hobby ha avuto romamboleschi inizi. Questa è la storia di un gruppo di ragazzi, all’inizio degli anni 2000, accomunati dall’amore per il GDR e la certezza di vedersi segnalati alla polizia..


Di giochi di ruolo fino a qualche anno fa, fino allo sdoganamento del cosiddetto “mondo nerd”, se ne sentiva parlare molto di rado. Personalmente credo di aver passato con successo un’intera adolescenza da teenager -per così dire- alternativo senza aver praticamente mai sentito tutte di fila le parole “giochi di ruolo”.

Arrivato però intorno ai vent’anni (quindi primi anni 2000), complici una serie di situazioni veramente troppo difficili da spiegare in queste pagine, l’intero mio gruppo di amici fu catapultato così, di botto, da un tristerrimo circolo ARCI di aperta campagna nell’universo del gioco di ruolo dal vivo.

Questo richiedeva in primo luogo di scegliersi un nome di fantasia. Tutti si scelsero il nome più stereotipato possibile, ed io non fui da meno. Credo addirittura di aver usato quello di un famoso highlander della televisione.

LARP: gente vestita strana che si picchia
“Maresciallo mi creda, è solo un gioco di ruolo dal vivo!”

In secondo luogo occorreva un’arma fantasy, atta a divertire senza nuocere. Le nostre divertivano, ma nuocevano pure. Se non ricordo male per la fabbricazione venivano impiegati un anima di scopa (eh, si, il manico di una scopa vera), materassino (per fare lame e quant’altro) ed un QUINTALE di powertape, usato nella maniera più spregiudicata possibile. Il risultato era bello (in realtà un obbrobrio), e permetteva ai duellanti di darsi delle sonorosissime salaccate senza rompersi troppo le ossa (a dire il vero di ossa rotte ce ne furono, ma è un’altra storia).

Queste condizioni non spaventavano i più coraggiosi, perché lo zoccolo duro di questo embrionale gruppo di gioco di ruolo dal vivo proveniva da un’altra, precedente, ancora più primitiva e brutale esperienza: quella dei cosiddetti “pestaggi“.

“Pestaggi” era il nome -sicuramente non troppo romantico- dato dalla precedente generazione di “ragazzi alternativi” al loro modo di interpretare il mondo fantasy che avevano trovato nei libri.

Senza appoggiarsi a trama alcuna, si ritrovavano nei boschi vestiti di tuniche fantasy ultra-low-cost per prendersi a mazzate con un regolamento ridotto all’osso. Stiamo parlando della fine degli anni 90. Questo era il nucleo originario, in marketing gli EARLY ADAPTERS del gioco di ruolo dal vivo. Che ancora di “ruolo” non aveva niente.

Ma torniamo a noi, ai miei vent’anni. Nome di fantasia: check. Arma-materassino: check.

Vestiario.

Per il vestiario vi annuncio già che su venti, trenta persone nessuno raggiungeva la sufficienza. Vi erano, per quello che ricordo, un’accozzaglia mal abbinata di vestiti da metallaro e goth più un comune denominatore: anfibi ovunque. Parecchie scarpe da ginnastica bianche. Jeans. Giubbotti di pelle come se fosse una fiera conciaria. Poco, pochissimo di medievale e fantasy.

Ma questo era solo l’inizio. Dopo questo primo live, nonostante fosse stato in mezzo agli olivi e le vigne (tutto era molto, molto, molto poco fantasy), ce ne sarebbero stati molti altri, ed avrei visto cotte di maglia vere ed integrali. Parti di armature a piastre realistiche. Spade ed asce con anime di vetroresina, plastazoto come imbottitura e vari strati di vernici, mastici e resine che gli conferivano un aspetto verosimile, eccome. Anche secondo certi carabinieri che vennero a controllare una banda di cinquanta persone armate in un bosco.

Eh, andava all’incirca così, la gente passava ed erano LORO quelli imbarazzati mentre noi eravamo fierissimi nei nostri vestiti da orco.

Se ripenso al mio passato da giocatore di ruolo dal vivo ricordo tanti, tantissimi chilometri fatti su e giù per monti e montagne di ogni tipo, e qualche evento particolarmente balordo legato al fatto che io giocavo quasi sempre PNG, personaggi cosiddetti “non giocanti”. I personaggi non giocanti sono gli attori che tengono su la storia per i PG, i “personaggi giocanti”. Di volta in volta interpretavo il mercante, il capo dei briganti, l’orco eccetera, e mi prendevo a spadate o dialogavo coi cosiddetti personaggi giocanti. I miei personaggi non giocanti erano famosi per durare un sacco. Ricordo quella volta che interpretavo il capo dei boscaioli che stavano abbattendo un dannato bosco sacro, sacro ad un casino di gente. Ricordo che tutti i miei erano armati di asce, con le quali mimavano l’abbattimento, ed io, in mezzo ai lavori, urlavo “e tiratelo giù quest’alberame, forza!”.

Quando arrivarono i pg, provarono in un sacco di modi molto politically correct a dissuaderci dal nostro impiego, e ricordo come io sviavo dicendo che questo bosco sfamava le nostre famiglie ed i nostri bambini “E TIRALO GIU’ QUELL’ALBERO SCHIFOSO”. Nonostante il mio fare cialtrone al 100% riuscì a farmi prendere in simpatia dai personaggi giocanti, che mi assunsero nella compagnia come soldato appiedato, in cambio dell’interruzione del disboscamento. Per ringraziarli, dopo 10 minuti mi lanciai addosso senza motivo ad un enorme gruppo di orchi, scatenando una battaglia che sarebbe sicuramente stata persa con un regolamento meno gentile ed avrebbe portato alla fine dell’avventura.

E le cose tutte le volte andavano all’incirca così. Poi sono arrivate le fiere, le feste pubbliche con la partecipazione degli stessi comuni, ma agli albori c’erano un gruppo di ragazzi con dei vestiti riciclati che facevano un “Pestaggio” nei boschi vicino Empoli


Si ringrazia Luca Gini e la sua compagnia per il materiale fotografico

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