Alita – Yukito Kishiro

Immaginate di entrare in una pasticceria, il sabato pomeriggio, e di trovare il commesso dietro il bancone che serve uno dei clienti arrivati prima di voi. Non c’è ressa e in una 30ina di secondi un vassoio di cannoncini alla crema, paste alla frutta e bigné viene riempito. Va tutto benissimo, sai che entro pochi minuti verrai servito e potrai portarti a casa la torta che preferisci.

Cosa può andare storto?

Molto.

Appena prima che il vassoio di pasticcini venga incartato, il cliente indica un angolo del bancone e sorride <<Ah! Sì, mi metta anche qualche pasta di mandorle.>> dice.

Ingenuo.

Uno degli altri clienti, un trentenne pelato e sovrappeso si irrigidisce, sgrana gli occhi e si gira verso di te. Rimane immobile, con solo il ronzio dei frigoriferi come sottofondo. Tu non sai bene che cazzo sta succedendo e ricambi lo sguardo senza dire nulla.

Nell’aria c’è tensione. Qualcosa di grave è appena successo, ovviamente, anche se non sai cosa.

Il trentenne smette di guardarti e fa un passo verso il bancone <<tu mangi paste di mandorle? Davvero? Nel 2016?>> Si passa la mano sul cranio rasato, sembra genuinamente sorpreso che qualcuno possa pagare per portarsi a casa dei dolci fatti con farina di mandorle e zucchero a velo.

Il primo cliente non fa una piega, tira fuori la mano dalla tasca e la lancia in aria <<Certo che mangio paste di mandorle. Sono il miglior pasticcino che ci sia. Perché, tu cosa prendi di solito?>>

<<Il… Miglior… Pasticcino…>> il trentenne espira di colpo dal naso, emette un buffo rumore, come di teiera che fischia <<Stai scherzando vero?>>

Il commesso sembra non farci caso e finisce di riempire il vassoio. Batte lo scontrino e si rivolge al trentenne <<A te cosa servo?>>

<<Ho ordinato un vassoio di cannoli siciliani, dovrebbero essere pronti, è un mese che li aspetto.>> Lancia un’occhiata sorniona al primo cliente <<Quelli sì che sono dei dolci accettabili. Dovresti provarli.>>

Buffa scena, giusto? Questa gente avrà pur di meglio da fare che litigare su quale pasticcino ognuno si mangia nel segreto di casa sua. Eppure, alcuni di voi, probabilmente quelli che leggono gli stessi tipi di fumetti che piacciono a me e che quindi non sono dei ritardati mentali, si saranno resi conto che la stessa cosa viene invece considerata normale in una fumetteria. Soprattutto nella nostra fumetteria, oserei dire.

Il che ci porta all’argomento di oggi. Qual’è il miglior manga di fantascienza che abbiate mai letto? Di papabili ce ne sono parecchi: Akira, forse è quello che viene in mente per primo, Nausicaa è un classico, conosciuto anche fuori dai negozi di fumetti, Eden è curatissimo, Planetes è praticamente Hard Sci, implacabile nel seguire le sue premesse, a qualcuno piace Gundam e non possiamo scartare manga storici come Captain Harlock.

Ora, ovviamente la vostra opinione in merito è irrilevante e la lista qui sopra serve solo a farvi sapere che, qualunque sia la vostra idea in merito, vi sbagliate: il miglior manga di fantascienza che abbiate mai letto è Alita, l’Angelo della Battaglia (Gunnm in originale). E’ talmente buono da essere il miglior manga di fantascienza che abbiate mai letto anche per quelli di voi che non l’hanno mai letto.

Ma va bene lo stesso, hanno cominciato a ristamparlo da Ottobre, così rimediate. E le paste di mandorle spaccano.

Fidget Cube: una piccola bestiolina antistress

Perchè scrivere un articolo sul Fidget Cube?

Perchè pur non essendo un gioco o un videogioco è comunque una cosa geniale che può aiutare anche noi gamers. Soprattutto noi gamers. Ma procediamo con ordine.

Che cos’è un fidget cube?

Un fidget cube, come dice il nome stesso, è un cubo dotato su ogni faccia di qualche accessorio antistress, per un totale di ben otto antistress in un unico oggetto. Viene usato soprattutto per aiutare a concentrarsi e per alleviare quelle che sono le abitudini neurotiche legate a certe patologie, ma perchè no, anche per avere qualcosa per tenere impegnate le dita durante una attesa.
Tra i gadget anti stress del cubo possiamo annoverare:

1) L’interruttore

Uno switch che è molto simile a quello degli interruttori della luce: può cliccare o, se lo usiamo con due mani, muoversi silenziosamente.

2) Il dischetto

Un dischetto che gira sia in senso orario che antiorario in maniera molto morbida e uniforme

3) I Bottoni

Quante volte abbiamo iniziato a cliccare il bottone della penna a scatto in maniera compulsiva? Chiunque l’ha fatto, ammettiamolo. Il fidget cube non ha un bottone. Ne ha cinque, di cui due silenziati di modo da non disturbare chi ci sta intorno (perchè ammettetelo, due minuti dopo che avete iniziato a cliccare a nastro la penna vi hanno chiesto di smetterla)

4) La sfera

Una sferetta di acciaio, bella lucida e riflettente, che possiamo far girare in tutte le direzioni e pure cliccarla.

5) Le rotelline

Tre rotelline dentate, un po’ come quelle dei lucchetti a combinazione. Sono tutte e tre indipendenti e ruotano sia in su che in giù. Potete dargli una bella spinta e farle girare oppure far scendere/salire un dentino alla volta, come preferite.

6) La pietra della preoccupazione

L’originale pietra della preoccupazione nasce in Tibet, una piccola pietruzza di forma ovale levigata fino ad avere una piccola conca da accarezzare con il pollice per sentirsi rilassati.
La superficie liscia e leggermente gommata del Fidget Cube è ideale per tranquillizzarsi.

7) Il Joystick

Questo non penso meriti molte spiegazioni, soprattutto per noi gamer. Una levetta simile a quella del pad analogico che ne replica tutte le funzioni e i comportamenti a parte il click (ma per quelli c’è la sfera). Per chi non riesce a staccare le mani dal controller.

8) Il cubo stesso

Il cubo è di 3,5 x 3,5 cm di lato, piacevolmente pesante ma non troppo, con una superficie liscia ma non “sterile”. Può essere usato come una pallina da far passare tra le dita o da una mano all’altra.

Colori per tutti i gusti

Il nostro piccolo amico anti stress viene venduto in una miriade di combinazioni di colori, (io ho scelto il nero su nero, ma è puramente soggettiva la cosa) per tutti i gusti.
Oltre al modello originale si affiancano anche moltissime “copie” che seppur ad un costo inferiore offrono prestazioni non alla stessa altezza (la levetta non si muove bene, i bottoni non cliccano) cose che, per una persona che ha necessità del Fidget Cube sono davvero importanti.

Music in Games: i Poets of the Fall

I mondi della musica e dei videogiochi spesso si sono intersecati se non addirittura influenzati a vicenda: esistono molti casi nel mondo musicale e ludico in cui le avventure grafiche hanno avuto come base delle canzoni o viceversa e per questo motivo abbiamo deciso di inaugurare una rubrica dal titolo M.I.G., ovvero “Music In Games”, proprio per parlarvi di questo. E quindi attaccate le cuffie e allacciate le cinture perché si parte.

Il terzo capitolo del nostro viaggio tra musica e videogiochi si focalizza oggi su due videogiochi e su un gruppo musicale che viene dal freddo della Finlandia, i Poets of the Fall. Chi sono costoro? I Poets of the Fall (o per gli amici POTF) sono un gruppo musicale rock finlandese fondato nel 2003 a Helsinki composto dal cantante Marko Saaresto (Mark), dal chitarrista Olli Tukiainen (Ollie), dal tastierista Markus Kaarlonen (Captain), dal chitarrista Jaska Makinen, dal batterista Jari Salminen e dal bassista Jani Snellman.

Questi sei ragazzi, da novelli Carneade musicali, sono diventati noti nel lontano 2003 grazie alla canzone “Late Goodbye” che si trova praticamente ovunque nel videogioco della Remedy Entertainment Max Payne 2: oltre ad essere la canzone su cui scorrono i titoli di coda, è suonata, fischiettata e persino suonata al pianoforte varie volte dai vari personaggi durante il gioco. Il successo del videogioco e della canzone è tale che la collaborazione tra i POTF e lo studio Remedy prosegue anche per un altro videogioco, Alan Wake, dove il gruppo compare molteplici volte nel videogioco: i sei finlandesi infatti si travestono da Old Gods of Asgard e si può sentire per radio le loro canzoni “Children of the Elder God” e “The Poet and the Muse” nonchè leggere una citazione di “Late goodbye” in un manoscritto nel secondo capitolo e vederli comparire sullo schermo del televisore ospiti dell’Harry Garrett Show all’inizio del sesto capitolo. Inoltre il quinto capitolo del gioco si chiude con il loro brano “War” e la canzone è inclusa nella colonna sonora del gioco stesso.

La collaborazione deve aver portato successo ad entrambi perchè nel sequel di Alan Wake, Alan Wake’s American Nightmare, gli Old Gods of Asgard ritornano con altri due brani, “Balance Slays the Demon” e “The Happy Song” che comincia a risuonare ogni qualvolta ricompare Mr. Scratch. I POTF hanno collaborato anche per un altro videogioco della Remedy Entertainment, Death Rally, con la canzone sui titoli di coda “Can you hear me“, e con la Recoil Games per il videogioco Rochard con la loro “Grinder’s blues“.

Perchè noi di Progetto Gaming vi parliamo di loro? Per due motivi. Il primo è che è quantomeno curioso che un gruppo assolutamente semisconosciuto assurga alle cronache europee grazie ad un videogioco in cui ha deciso di partecipare con una propria canzone. Il secondo è che molte delle canzoni sono inedite e sono state composte dai Poets of the Fall appositamente per il videogioco, rompendo una sorta di parete tra la musica e il mondo ludico grazie anche alla loro presenza all’interno di un programma televisivo all’interno del videogioco stesso. Un gesto fortemente innovativo e che potrebbe portare a nuove altre collaborazioni, anche se così non è stato per Max Payne 3, passato dalla Remedy alla Rockstar e con una gestione completamente differente.

Con questo siamo alla fine della terza puntata della nostra serie “Music in Games”: non mi resta che salutarvi con la speranza di rivederci alla prossima occasione!

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by Melty

Le Bizzarre Avventure di Jojo – Recensione

Ve lo dico subito: Le Bizzarre Avventure di Jojo non è per tutti.

Il mondo è pieno di fumetti che cercano l’approvazione universale. Alcuni sono ottimi e internet è vostro amico: cercateli, comprateli e divertitevi. Noi qui parleremo d’altro, però, e il piatto del giorno a qualcuno non piacerà.

Il mondo è bello perché è bizzarro, in fondo, e io scrivo per quelli che questo fumetto lo adoreranno.

Jojo è un manga di azione i cui protagonisti trovano una serie di scuse poco credibili per picchiarsi tra loro. L’autore, il buon Hirohiko Araki, comincia raccontandoci una storia ispirata a Babil Junior e ai film d’azione degli anni 80. Bene e male, arti marziali e botte.
Per il primo volumetto quel furbone di Araki riesce fingere di essere un autore normale. Poi cede alla sua follia e le stranezze dilagano, incontrollate, trasformando Jojo in qualcosa di unico. E di magnifico.

Da una insipida copia di Ken il disegno degenera in un totale delirio grafico. Abbandona le regole della prospettiva, dell’anatomia e del buon senso e, qualche fumetto più avanti, della buona cucina e inizia a proporre personaggi in pose innaturali, inquadrature vertiginose e sequenze totalmente impossibili. I vestiti dei personaggi sfiorano il ridicolo, si ricoprono di simboli, spille e decorazioni inutili, costruendo una esperienza visiva unica.

Tutto questo senza la minima punta di vergogna: per Araki non c’è nulla di sbagliato in quei disegni. Nella situazione in cui altro autore cercherebbe una gomma, Araki aggiunge un adesivo a forma di cuore.
Il risulto è unico, personale e, come dicevamo all’inizio, troppo particolare per piacere a tutti.

Qualcosa di simile si ripete per la storia. La trama di base del fumetto è, in ogni sua parte (Jojo è diviso in saghe, ci torniamo dopo), piuttosto lineare. C’è un posto da raggiungere, un assassino da catturare o una minaccia da sventare.
Il problema è che questa trama di fondo è totalmente irrilevante nello sviluppo dei singoli capitoli.

Invece di preoccuparsi di costruire uno sviluppo organico, portando il lettore un passo alla volta verso la risoluzione dei nodi narrativi, Araki riversa tutto ciò che lo ha incuriosito, sorpreso, appassionato o interessato sulla pagina. Costruisce episodi interi su persone intrappolate nei tralicci della luce, su navi abitate da gorilla o su chitarre elettriche custom. Idee che gli altri autori scarterebbero nelle mani di Araki diventano esplosioni di assurdità che compensano la mancanza di coerenza con una totale dedizione al divertimento del lettore.

Non c’è modo di sapere cosa farà il prossimo nemico affrontato dai protagonisti. Niente è impossibile, nessuno è al sicuro. Quando pensi che le cose non possano diventare più assurde giri pagina e un topo sviluppa il potere di far comparire un cannone che spara acido, una ragazza si trasforma in un filo di lana e qualcuno fa piovere rane.

Al centro di tutte queste stranezze c’è l’epopea della famiglia Joestar. I cui membri sono i protagonisti delle varie saghe. Il fumetto è infatti diviso in moduli narrativi autoconclusivi, leggibili per sé, i cui figli, nipoti, cugini di terzo grado e discendenti legittimi e illegittimi del capostipite Jonathan Joestar, hanno le proprie epiche avventure. Tutti i membri della famiglia guadagneranno il soprannome Jojo, in un modo o nell’altro e si ritroveranno ad affrontare vampiri, umani con poteri psichici, serial killer, la mafia e, nemico più temibile di tutti, il buon senso. Non temete, vinceranno sempre.

Ci sarebbe ancora tanto da dire: non abbiamo ancora parlato delle citazioni continue di gruppi rock, dei personaggi dotati dei poteri più assurdi mai visti, della passione di Araki per l’Italia. Il problema di fondo, cercate di capire, è che non esiste un sistema semplice di spiegare Jojo.
E’ così sopra le righe, così improbabile, così irrimediabilmente strano che dovrete rassegnarvi a provarlo per capire se vi piace.

Watchmen

A metà degli anni ‘80 il fumetto americano stava vivendo una svolta epocale. A differenza degli anni precedenti il pubblico stava crescendo, e non avendo più a che fare solo con bambini l’unico modo per preservare lettori sempre più esigenti era alzare l’asticella della proposta editoriale, o almeno diversificarla.

In quel periodo l’ambiente fumettistico britannico era parecchio più scoppiettante di quello americano, grazie alle riviste a fumetti, che facevano da palestra per numerosissimi autori che sarebbero maturati da lì a poco.

Uno dei nomi di spicco di questa ondata di autori che iniziarono ad essere “importati” negli USA era senza dubbio alcuno Alan Moore. Lo scrittore di Northampton, famoso per il suo talento ma anche per la sua personalità eccentrica, fu chiamato a ridare linfa a “Swamp Thing”, dopo il suo successo in patria con “V per Vendetta”. Il successo di critica e pubblico della serie fu enorme, e trasformò una serie destinata al dimenticatoio in una delle pietre miliari della storia del fumetto americano. La produttività di Moore rispetto alla qualità del suo lavoro in quegli anni è disumana e ineguagliata. Mentre scriveva la sua run di Swamp Thing, Moore iniziò a lavorare con il collega e compatriota Dave Gibbons a quello che è a parere di chi scrive (e non solo) il suo capolavoro, “Watchmen”.

Concepito in fase di progettazione come un tributo ad eroi ormai dimenticati della Golden Age, in corso di scrittura si trasformò in quella che è considerata la più seminale mini supereroistica di sempre, e l’inizio del filone revisionistico.

Sviluppata in dodici capitoli e corredata di imprescindibili extra (pubblicità, articoli di giornale, capitoli di un libro…) è in tutto e per tutto un romanzo di fantascienza distopica, premiato addirittura, caso più unico che raro per un romanzo a fumetti, con uno Hugo, premio dato alle migliori produzioni fantasy e fantascientifiche.

L’idea parte da un concetto piuttosto semplice. Cosa sarebbe successo al nostro mondo se i supereroi negli anni ‘30 fossero esistiti davvero e non solo su carta?

Oggi può sembrare un’idea poco originale, di storie simili ce ne sono parecchie. L’approccio realistico, e di conseguenza crudo alle storie supereroistiche era invece al tempo una cosa inedita e spiazzante.

In Watchmen, per essere più precisi, non ci sono supereroi. Il termine “supereroi” implica un forte codice morale, e l’essere un simbolo di speranza per la gente comune. Moore e Gibbons usano il termine “vigilanti” per definire i loro protagonisti, che di super hanno ben poco (a parte uno). Fu l’inizio della decostruzione del fumetto supereroistico.

“Watchmen” non è, come è facile pensare, il nome del gruppo di “eroi”, ma sta proprio per “Guardiani”. L’opera intera è una riflessione sul ruolo dell’eroe e sull’assurdità del supereroe, se visto in un contesto realistico.

I vigilanti operano al di fuori della legge, seguono solo in linea teorica un codice morale. Calati in questa ambientazione, non sono persone comuni con un forte senso della giustizia, ma gente che pone se stessa al di sopra della legge, non sempre in modo giustificato.

I protagonisti della serie non sono un vero gruppo, ma il rimasuglio di quello che era stata una congrega di eroi chiamati Minuteman negli anni ‘40. In quel periodo i vigilanti erano temuti ma tollerati, o addirittura adorati come celebrità.

I Minutemen rappresentati da Darwyn Cooke in “Before Watchmen”

Le cose precipitarono anni dopo con l’avvento del Dottor Manhattan (il cui nome è un ovvio riferimento al Progetto Manhattan), l’unico super della serie. Nato per colpa del più classico espediente supereroistico, un esperimento finito male, il Dottor Manhattan è, senza esagerare troppo, Dio.

Il personaggio non percepisce più il tempo in modo lineare, e diventa capace di manipolare la realtà a suo piacimento. Quando la narrazione usa il punto di vista del Dottore, ogni cosa è vista come simultanea. Non esiste più prima e dopo, causa ed effetto. Ogni cosa è istantanea e dissolta nella totale onniscenza del personaggio. Un onniscenza solitaria, triste, che fa perdere di significato al Tempo. Manhattan è così potente che si trova a rimpiangere di essere un umano qualsiasi, capace di provare empatia, o una qualunque emozione. Tutto quello che Manhattan vede è qualcosa di lontano e inarrivabile. Chiunque per lui è già morto.

Unito a questo suo lato più malinconico è, inutile dirlo, potente all’inverosimile. Si lascia coinvolgere nella guerra in Vietnam, vincendola in modo del tutto impari, cambiando il corso della Storia.

Questa incredibile forza però fa capire alla popolazione che gli eroi sono temibili. E dove c’è paura, c’è intolleranza, dove c’è intolleranza c’è repressione (eh, queste storie a fumetti che concetti bizzarri che mostrano). Nixon riesce ad ottenere un secondo mandato, e gli U.S.A. diventano incontrastati leader mondiali.

I vigilanti vengono resi illegali negli anni ‘70, e quelli in attività scelgono se appendere il mantello al chiodo (vengono rese illegali maschere e mantelli) o darsi alla latitanza.

Il Dottor Manhattan nella solitudine di Marte

I protagonisti della vicenda, negli anni ‘80, sono rimasugli decaduti di quell’epoca.

La narrazione inizia in medias res, negli anni ‘80, in una versione parallela del mondo in cui il fumetto è uscito, con l’omicidio del Comico, uno degli ultimi sopravvissuti dei Minutemen. In seguito a questo omicidio Rorschach, un altro membro della squadra e l’unico ancora attivo nonostante il decreto anti-maschere, inizia a seguire la sua indagine per riuscire a catturare questo “Killer di Maschere”, coinvolgendo i vecchi compagni non più in attività, il secondo Gufo Notturno, la seconda Silk Spectre e Ozymandias.

Ozymandias insieme alle action figure di sè stesso

 

Mentre i primi due, dopo essersi ritirati, vivono una vita modesta, Ozymandias, dotato di un’intelligenza superiore alla media, è diventato un imprenditore e patrono dei media (ancora, questi fumetti che strane idee che ci fanno vedere) che assume un ruolo di primaria importanza nella società, circondandosi di un ambiente bizzarro ed edonistico.

La trama è strutturata come un giallo, la linea temporale è alternata e Moore usa in maniera molto efficace il cambio di punto di vista, continuando a cambiare narratore esterno. Aspetto che aggiunge ulteriore fascino al libro è la presenza di una sotto-opera, “I Racconti del Vascello Nero”, un fumetto letto da un bambino presente in alcune scene che sembra del tutto slegata dal contesto, ma che più la vicenda prosegue più diventa una sua allegoria.

Tutto porta al gran finale, memorabile ed enorme, che dona senso al tutto, e che lascia il lettore sbigottito.

L’indimenticabile prima apparizione del Dr. Manhattan

 

Gibbons di suo raggiunge l’eccellenza stilistica, con un tratto iperrealistico per il tempo e un uso magistrale della struttura della pagina. Ognuno dei dodici capitoli mostra l’avanzare del tempo su un orologio, che va a richiamare l’Orologio dell’Apocalisse (ah, mancano tre minuti a mezzanotte, sappiatelo). In particolare le sequenze dedicate a Manhattan sono incredibili.

La struttura delle vignette è di tre vignette per tre, combinate all’occorrenza, cosa affatto scontata per il fumetto americano, a differenza ad esempio della tradizione francese ed italiana.  Anche prima dell’esplosione stilistica, nel bene e nel male, che la Image darà nel decennio successivo, già il fumetto americano stava rompendo la gabbia tradizionale: basti vedere, senza andar lontano, Swamp Thing. Watchmen invece è rigidissimo. Magistrale, ad esempio, l’introduzione del Dottor Manhattan, che unisce le sei vignette a sinistra della tavola, donando un’enorme potenza all’introduzione del personaggio.

Purtroppo, a differenza che all’estero, in Italia esiste attualmente una sola edizione disponibile di Watchmen, in un formato lussuoso e abbastanza costoso (45€). Ho ancora in mente la Forbidden Planet di Londra, dove avevo visto un ripiano di scaffale dedicato solo alle varie edizioni del libro, da una più che dignitosa edizione economica da una ventina di euro ad edizioni maestose, per accontentare tutti. Watchmen è tuttora posizionato in alto nelle classifiche di vendita, e ha un più che meritato posto tra i classici del fumetto che qualunque appassionato, e non solo, dovrebbe possedere in libreria.

 

INVINCIBLE – di Robert Kirkman

Le persone comprano fumetti per un sacco di motivi diversi: c’è chi vuole leggere qualcosa sul treno, chi si ricorda di quando era ragazzino, chi davvero non riesce a rispondere al richiamo della natura senza un volumetto in mano e via discorrendo.

Io principalmente li compro per potermene lamentare.

 

Mi dà una certa soddisfazione spalare merda su un fumetto, che posso farci: ognuno ha i suoi hobby e io ho dovuto scegliere tra questo e ammazzare le coppiette che si appartano per pomiciare. Ho scelto quello più socialmente accettabile. Di poco.
Capirete quindi il fastidio che genera, in me, un fumetto senza qualcosa di cui lamentarsi. Mi fa prudere le dita. Mi irrita. E’ la sensazione che mi lascia Invincible, di Kirkman, pubblicato da Saldapress in Italia.

Intanto è disegnato e colorato benissimo. Un tratto minimale, preciso e dinamico. Avevo la speranza che con il cambio di disegnatore, avvenuto dopo qualche numero, la situazione peggiorasse, ma niente da fare: la qualità è rimasta altissima. I colori pastello, che si piegano a sottolineare i momenti di tensione con eleganza, sono praticamente perfetti. Poi uno non deve incazzarsi.

Fosse solo quello avrei anche potuto farcela. Quanti fumetti disegnati benissimo hanno almeno il buon gusto di essere noiosi come i parenti sotto le feste? E invece anche qui, Invincible è divertente. Troppo perfino. Come si permette Kirkman, di essere così divertente? Non si rende conto della situazione in cui mi mette? Il fumetto non si ferma mai, gioca con il ritmo continuamente, propone senza sosta nuovi nemici, nuovi ostacoli, nuovi problemi. Quel furbone dell’autore, per non rischiare di rimanere senza materiale, infila continuamente splash page con perfidi scienziati pazzi che tramano nell’ombra, vignette di mostri extradimensione pronti ad attaccare, alieni immortali e inarrestabili in viaggio verso la terra; il tutto nel mezzo della storia precedente in modo da ritrovarsi, alla fine della saga corrente, con altro materiale da lanciare addosso al lettore. Questo è giocare sporco, signor Kirkman. Non creda che non me ne sia accorto.

Ora, parliamoci chiaro. Quando ho cominciato a leggerlo una speranza l’avevo. La storia spensierata di questo ragazzo, figlio del più grande super eroe della terra, era divertente, spigliata e leggera e io ho creduto che fosse quello il suo punto debole. Era una boccata d’aria fresca in mezzo ai super eroi musoni e grigi dell’era moderna, certo, ma a lungo andare si sarebbe seduto: un fumetto senza nervo, senza interesse. Quando, intorno all’episodio 10, l’autore scopre le sue carte e sconvolge il mondo leggero del personaggio che ci ha presentato mi sono ritrovato a lanciare il volume che avevo in mano contro il muro. Maledetto Kirkman.

Mi rimaneva giusto la soddisfazione di sapere che i volumi in cui Invincible era pubblicato, quando io ho cominciato a leggerlo anni fa, erano costosi. 15 euro per 6 episodi. A volte 12 per 4. In questo modo nessuno lo avrebbe cominciato per sbaglio, e io di certo non gli avrei fatto pubblicità. Il problema è che ora la Saldapress ha cominciato a pubblicarlo spillato a meno di 4 euro per 3 storie. E, orrore!, il primo numero a un euro di meno.

E’ finita che al momento leggo un fumetto di cui non mi posso lamentare. Vorrei smettere, ma non ci riesco, è troppo divertente. Quindi occhio, se vi capita di vederlo in fumetteria, in mezzo agli spillati della Marvel e della DC, non fatevi fregare dall’aspetto innocuo e colorato. Non dite “massì, mi compro il primo, costa 2.90, chemmifrega”. Non ci cascate.

Io vi ho avvisato.

I migliori Film per Natale secondo pG – Grinchini, vi sfido!!

Oh-oh-oh, Avventurieri!!

E’ il vostro ranger preferito che vi parla!!

Le feste sono ormai alle porte e non importa che siate (come me) degli euforici elfi giocattolai o l’infastidita progenie del Grinch, il Natale sta arrivando!!

I cenoni, il Panettone (ma anche il Pandoro dai), quella calda atmosfera di luci e sorrisi e gli armistizi tra nani e orchi che ora si scambiano doni.

Le corse per i regali, la paura di ricevere il trentesimo paio di guanti dalla zia.

Ehi, ma hai 27 anni?!?

Capite il problema della preveggenza ora?! Ma anche questo è Natale.

Parlo a voi, adesso, miei scorbutici grinchini. Davvero il pensiero del divano, la coperta, il cielo plumbeo, una cioccolata/the caldi, la giusta compagnia, quelli lucine danzanti e un buon film non vi fanno sciogliere??

No, non rispondete. Prima create l’atmosfera che vi ho descritto e scegliete uno dei film che vi propongo. Ci gioco la mia reputazione di ranger…

Quale reputazione??

[…non rispondere, è Natale… ricorda l’albero, no non per spaccarglielo in testa… ok calmo, così bravo…]

Ci gioco la mia reputazione di elfo giocattolaio…??

Meglio

..che avrete cambiato idea e che nel vostro profondo starete cantando come Bublè al risveglio dall’estivazione, pronto per il periodo degli amori!!

Quindi iniziamo la carrellata di film che, in caso non conosciate, dovete assolutamente vedere per entrare in pieno spirito natalizio!!

 

 

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The Nightmare before Christams

Il genio e lo stile unico di Tim Burton in una storia conosciuta in tutto il mondo. Anche i “mostri” posso capire e amare il Natale.

Jack Skeletron è a capo del Paese di Halloween, abitato dalle creature della festività. Vagabondando il nostro amico non-morto trova un circolo di alberi-porta e viene attirato da quello con decorazioni natalizie. Giunto in una città piena di neve, luci e felicità capisce di aver trovato ciò che intimamente desiderava. Torna così ad Halloween e fa di tutto per portare lo spirito natalizio tra il suo popolo, fallendo nel tentativo. Proverà allora a realizzare il Natale tutto da solo, così da mostrarne la magia… Ma cosa succederebbe se ai bambini di tutto il mondo arrivassero come doni degli horror-regali?? E se il Natale venisse, così, definitivamente cancellato?!

 

 

 

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Il Grinch

Il Dottor Destino di Babbo Natale, il Voltaren di Rudolph, insomma: il Donald Trump del Natale. Il Grinch è una creatura che odia questa festa con tutto il sé stesso e a nessuno dei Nonsochi, del Paese di Chinonsò, è consentito invitarlo ai festeggiamenti. Questo bizzarro popolo ama scambiarsi doni e nulla vede in più in questo giorno. Non la pensa così Cindy Lou che contravvenendo ai divieti del sindaco riesce a convincere il verde umanoide ad unirsi alla festa. Le cose non possono che prendere una brutta piega ma forse è proprio questo che, alla fine, permetterà a tutto il paese di capire davvero cosa significhi il Natale.

 

 

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A Christmas carol

Il canto di Natale di Dickens è immancabile. Quale che sia la vostra versione preferita non è veramente Natale finché non si guarda la storia di quell’avaro di Ebenezer Scrooge e di come imparò l’importanza dell’altruismo e della fratellanza.

Avanti quindi con Topolino, Flintstone, Muppets, Looney Tunes e chi più ne ha più ne metta per quest’intramontabile capolavoro.

Davvero non lo conoscete?? Allora il vostro romantico ranger non può che dirvi di iniziare con la poesia di “Topolino e la magia del Natale” e la sua toccante melodia.

 

 

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Miracolo nella 34esima strada

I meno giovani, come me, ricorderanno la bambina (Mara Wilson), protagonista di questo film, anche per altri lungometraggi come “Matilda 6 Mitica!” e per la fanciullesca cotta che avevamo per lei. Anche questa volta siamo alla riscoperta del Natale ma Susan (Mara), seppur bambina, non crede alle favole e non si lascia ingannare dal Babbo Natale dei grandi magazzini che le fa da babysitter. Eppure lui sostiene di essere il vero, l’unico e inimitabile Santa Claus… e se fosse vero?? Una storia che fa esultare i più piccoli e scalda i cuori dei grandi che possono riprendere a sognare.

Dopotutto Babbo Natale esiste se solo avete la forza di crederci davvero!!

 

 

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Oceania

Oceania?!!? Ma non è un film natalizio!! Ti stai rimbambendo amico mio…

Touché, non è un film natalizio. Tuttavia cosa c’è di più magico del Natale… e di qualche centinaia di amici incantatori?? Ma certo, la Disney!! E poi il film esce nelle sale cinematografiche proprio durante le feste!!

Che dire, almeno per il 2016 mettiamolo in lista e facciamoci un caldo regalo.

 

 

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Mamma, ho perso l’aereo

Non poteva non rientrare tra i film consigliati! Chi tra noi tardi ventenni e più non ha visto questo film allo sfinimento, sognando di poter difendere la propria casa e inventando sistemi di sicurezza da far impallidire lo S.H.I.E.L.D.?!
La famiglia di Kevin è troppo occupata ad organizzare le vacanze di Natale per poter dedicare tempo ai più piccoli, tanto da dimenticarsene uno (Kevin per l’appunto) a casa da solo!!
Mentre mamma e papà faranno di tutto per tornare dal proprio bambino e assicurarsi che stia bene, lui… beh avrà a che fare con dei ladri pronti a tutto!! Purtroppo per loro Kevin è a conoscenza dei loschi piani, ha una casa tutta per sé e la fantasia tipica dei piccoli.
Tutta l’allegria di una commedia leggera per passare una sera di festa insieme.

 

 

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Anastasia

Uno dei film d’animazione non-Disney più amati dagli occidentali della nostra generazione (e non solo!). Belle colonne sonore e atmosfera romantica; entra in lista per via dell’ambientazione!!

La storia si svolge tra la Russia e Parigi, agli inizi del ‘900.

Anya, uscita dall’orfanotrofio, vuole ritrovare la sua famiglia e per questo si dirige in Francia. Tutto ciò che possiede è infatti un ciondolo appartenuto ai suoi famigliari che reca la scritta “Insieme a Parigi”. Durante il viaggio incontra due truffatori che cercano una sosia da spacciare come la perduta figlia dell’imperatore di Russia, Anastasia. Anya si fa convincere e mentre i due la istruiscono sul proprio ruolo, in lei riemergono ricordi del passato. Anya si scopre essere davvero Anastasia e sua madre, l’imperatrice in esilio, la sta cercando.

Sì, si ritrovano e vissero per sempre felici e contenti…

No, non è così semplice. Rasputin, l’uomo che aveva cercato di uccidere Anastasia quando era ancora una fanciulla, non è morto come si credeva.  Inoltre l’amore è sbocciato tra la nostra protagonista e Dimitri, uno dei due imbroglioni. Riuscirà la nostra principessa a ritrovare la madre e vivere serenamente o Rasputin concluderà ciò che aveva iniziato anni prima?? Se non sapete come va a finire… che state aspettando?! E’ uno di quei titoli che si deve aver visto almeno una volta nella vita.

 

 

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It’s a wonderful life – la vita è meravigliosa

“Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.”

Film in bianco e nero del 1946 con James Steward nei panni di George Bailey, giovane onesto e avventuroso a cui il destino ha riservato una vita tranquilla come gestore di una cooperativa di risparmio. L’azienda deve fare i conti con Henry Potter (no, leggete meglio. HENRY. Niente stupidi sventolii di bacchetta), capitalista senza scrupoli che spadroneggia in città. Le cose si mettono male quando il socio di George perde un’importante somma. Distrutto dalla vicenda il nostro protagonista se la prende con la famiglia e poi decide di farla finita gettandosi da un ponte. Prima che possa farlo tuttavia interviene un angelo. Beh, un angelo di serie B… uno di quelli che deve guadagnarsi le ali compiendo una buona azione. Questi gli mostra come sarebbero andate le cose se lui non fosse mai nato… George comprende il significato ed il valore della sua esistenza e decide di tornare a casa dai suoi cari, trova un escamotage per evitare la bancarotta e festeggia il più bel Natale della propria vita.

Ah! Ricordatevi: ogni volta che suona una campana ad un angelo spuntano le ali.

 

 

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Una poltrona per due

 Ahhhhhhhh! Questo sì, lo conosco anch’io!

Non mi stupisco e proprio per questo mi rifiuto di “recensirlo”. Da anni ormai è ospite fisso sulle reti Mediaset, la sera della viglia di Natale.

Commedia che riesce sempre a strappare un sorriso e che ormai tutti, anche i polemici, si aspettano di trovare in tv mentre siedono coi propri cari e finisco il giro di primi… del pranzo.

 

 

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The family man

Il vostro romantico ranger ama questo film e visto che la rubrica è mia… “Così sia scritto e così sia fatto”, eccolo qui!!

Jack Campbell (Nicolas Cage) ha tutto ciò che si può desiderare, essendo l’uomo più influente di Wall Street: donne, macchine, soldi, una favolosa carriera. Non potrebbe chiedere di meglio. Forse…

E se un giorno incontrasse qualcuno che gli facesse vivere una realtà alternativa mostrandogli come sarebbero andate le cose non abbandonando la sua ex ragazza per un posto di lavoro a Londra?! Viene così catapultato nel ruolo di marito e padre di due figli, con una casa in periferia ed un lavoro modesto.

Cos’è la felicità?? Da cosa dipende?? I soldi possono farci sentire completi se non abbiamo nessuno che ci apprezza per ciò che siamo??

E Jack?? Vorrà tornare “l’uomo potente” di Wall Street o sceglierà di essere l’eroe dei suoi “normali” figli???

 

 

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Edward mani di forbice

Altro titolo che ha segnato i miei Natali da giovane avventuriero. Ancora Tim Burton… con Johnny Depp. Basterebbe questo e invece c’è anche di più!

Una notte un’anziana signora racconta alla nipote la favola di come è nata la neve. Narra così le vicende di un giovane (Depp), un umano artificiale a dire il vero, con delle forbici al posto delle mani. Questo perché il suo creatore morì prima di poterlo completare.

Molti anni dopo, una rappresentante di cosmetici in visita alla villa del vecchio inventore incontra Edward e decide di portarlo a casa con sé. Il ragazzo, nonostante l’aspetto intimidatorio, stringe amicizia con il vicinato e la sua nuova famiglia, oltre ad innamorarsi dell’acquisita-sorella Kim.

Tuttavia questo momento idilliaco ha vita breve ed Edward si ritrova ingiustamente incastrato in situazioni davvero spiacevoli. Accusato di furto, di stupro e maltrattato da Jim, il fidanzato di Kim.

Edward decide così di tornare alla dimora natia, seguito dalla ragazza che nel frattempo ha rotto con il suo boyfriend e che desidera scusarsi e dichiarare il suo amore. Purtroppo anche l’iracondo e borioso Jim ha qualcosa da dire…

E poi e poi… basta! Guardatelo!! Non saprete altro da me o, sono certo, mi odiereste durante la romantica visione della pellicola. Preparatevi ad amarlo!!

[per i/le più deboli di cuore: munirsi di fazzoletti]

 

 

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Jack frost

Natalizio e malinconico, questo film strappa una lacrima che tuttavia risveglia quei sentimenti puri e autentici spesso trascurati.

La famiglia Frost è la classica famiglia da copertina, forte e unita nonostante il lavoro conduca Jack lontano da casa anche per lunghi periodi. Un brutto giorno, mentre torna per le feste, Jack muore a causa di un incidente stradale. Il figlio Charlie e la moglie devastati dall’accaduto cercano di andare avanti con ogni mezzo.

A Natale Charlie costruisce, in piena solitudine, un pupazzo di neve come tanti… O meglio lo sarebbe se, la notte successiva, non si animasse. Sì, avete sentito bene!! E’ lo spirito del padre tornato per mostrare al figlio che la vita prosegue e che lui non lo lascerà mai.

Charlie inizialmente rifiuta di credere a questa storia per poi convincersi, tenendo la madre all’oscuro. I due riprendono il rapporto ed il ragazzo ricomincia a vivere… tuttavia l’inverno non dura tutto l’anno e l’aumentare della temperatura potrebbe far sciogliere Jack, definitivamente…

 

 

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Topolino

Il padrone di casa Disney annovera vari titoli natalizi nella propria filmografia. Tuttavia il vostro amichevole ranger di quartiere vi consiglia, oltre al canto di Natale (di cui sopra), “Topolino e la magia del Natale”. Tre mini-storie con protagonisti i più amati degli eroi Disneyani che ci fanno riflettere sui valori che sono alla base di questa festa e che dovrebbero far parte di tutti noi ogni giorno.

 

 

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Fantaghirò

Sarò ripetitivo ma come per “Una poltrona per due” questo è un must della programmazione natalizia. Nessuna recensione, nessuno spoiler, nessuna anticipazione. Nel caso questo titolo non vi richiami nulla alla memoria, aspettate le feste e godetevi quest’epopea fantasy.

[ricordate di guardarlo con gli occhi di quando eravate bambini!]

 

 

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Star Wars

Star Wars… Basta pronunciare il nome per vedere gente tremare di entusiasmo e altre affilare coltelli pronte a scannarvi. Tanto amato quanto odiato, questo universo fantascientifico è legato al periodo natalizio probabilmente per questioni di marketing. A noi poco importa, ci permette di tornare (ancor più) bambini e goderci le feste come quando andavamo a letto presto, pronti a ringraziare il buon Babbo la mattina seguente.

Non ho altro da aggiungere se non: Rogue One, tra meno di due settimane al cinema!!
[Questo è il sito internet che stavate cercando… spolliciate la nostra pagina fb! Che la forza sia con voi!!]

 

 

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Un Natale da Charlie Brown

Anche in questo caso si pone l’accento sui valori del Natale, o meglio: quei valori universali che il Natale celebra. Charlie Brown soffre di depressione post-natalizia, così la “psicologa” Lucy gli assegna il compito di regista della recita di Natale della banda. Il risultato è discreto ma l’albero scelto come elemento scenografico è spoglio e bruttino.

Charlie si domanda, allora, quale sia il significato del Natale e Linus gli spiega che è la gioia data dal ritrovarsi e dallo stare insieme…

L’albero una volta addobbato è splendido.

 

 

 

Ecco qui, abbiamo finito… o forse no!!

Sono curioso di sapere quali sono i vostri film di Natale preferiti (nel caso degli elfi giocattolai come me) e se la mia abilità “Inspirare Spirito Natalizio” ha funzionato (nel caso dei grinchini)!!

Aspettando i vostri messaggi vi faccio gli Auguri con le parole del Bardo:

 

“A very merry Christmas

And a happy New Year

Let’s hope it’s a good one

Without any fear”

 

Buone feste Avventurieri!!

 

Buone feste!! See ya!

 

 

[Ma come parlano oggi?!]

Music in Games: “PaRappa the Rapper”

I mondi della musica e dei videogiochi spesso si sono intersecati se non addirittura influenzati a vicenda: esistono molti casi nel mondo musicale e ludico in cui le avventure grafiche hanno avuto come base delle canzoni o viceversa e per questo motivo abbiamo deciso di inaugurare una rubrica dal titolo M.I.G., ovvero “Music In Games”, proprio per parlarvi di questo. E quindi attaccate le cuffie e allacciate le cinture perché si parte.

Il primo capitolo del nostro viaggio tra musica e videogiochi si fermerà alla stazione PaRappa the Rapper (パラッパラッパー Parapparappa), conosciuto anche come “PaRappaRappa” o “PaRappa the Rappa”. Pubblicato nel 1996 in Giappone e l’anno dopo in Nord America ed Europa, Parappa the Rappeparappatherapper_promo1r è un videogioco musicale per PlayStation creato da Masaya Matussura e dalla sua compagnia NanaOn-Sha in collaborazione con l’artista Rodney Greenblat, a cui si deve lo stile grafico dell’avventura così particolare. Infatti, anche se lo scenario è tridimensionale,  le creature che incontreremo sono o animali antropomorfizzati (rane, scarafaggi, cani) o sono oggetti inanimati resi umani (cipolle e fiori).

Cominciamo a parlare della trama del gioco: PaRappa è un cane antropomorfo che ha due sogni, sfondare nel mondo della musica e conquistare il cuore della graziosa margherita Sunny Funny. Per riuscire a realizzare i propri obiettivi PaRappa dovrà affrontare una serie di prove ed allenamenti lungo i sei stage che compongono il gioco coadiuvato dai suoi due migliori amici, Katy Kat (una gatta iperattiva) e PJ Berri (un orsetto sovrappeso) e prima di ogni stage ripeterà il suo motto che è “I gotta believe!” (nella versione italiana “Devo avere fiducia!”). Inoltre PaRappa ha anche un rivale sentimentale: Joe Chin, un cane narcisista megalomane ed arrogante.

Come funziona il gioco? Noi impersoneremo PaRappa e dovremo farlo rappare in ognuno degli stages che parappa_the_rapperil gioco ci porrà di fronte con un meccanismo alternato a turni tra noi e lo sfidante, cosa tanto cara ai giochi giapponesi. Ogni sfida ci metterà di fronte un Rap Master che dovremo battere premendo a tempo i tasti che appariranno sullo schermo e che andranno ad illuminare una barra nella superficie alta dello schermo che andrà a riempire il “U Rappin meter” e determinerà il livello della nostra performance: se sarà Bad o Awful saremo costretti a ripetere lo stage, se sarà Good o Cool andremo avanti nella nostra avventura.

PaRappa the Rapper è stato il primo gioco della PlayStation ad usare in gioco la tecnologia Motion Capture per dei movimenti di danza più realistici ma soprattutto è stato il settimo gioco più venduto nel 1997 in Giappone e uno tra i primi giochi ad avere la musica come argomento centrale nelle sue tematiche e dinamiche. Il vasto merchandising che si è sviluppato in Giappone ne hanno fatto un personaggio indimenticabile e hanno reso possibile un sequel, uno spinoff, un anime di 26 episodi e l’inserimento di PaRappa come personaggio utilizzabile in PlayStation All-Stars Battle Royale. Bel traguardo per il nostro cagnolino rapper: alla fine lui davvero ci ha creduto e ci è riuscito!

Con questo siamo alla fine della prima puntata della nostra serie “Music in Games”: non mi resta che salutarvi con la speranza di rivederci alla prossima occasione!

Riconosci queste citazioni dei videogiochi?

Se anche voi avete qualche citazione bella sui videogiochi, non esitate a commentare!

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