Il curioso caso di League of Legends

Proprio qualche mese fa, precisamente il 27 Ottobre 2019, uno dei patrimoni più importanti (se non il più importante) dell’esport internazionale ha compiuto un decennio.
Non c’è bisogno di spiegare cosa sia League of Legends. Tutti lo conoscono, in molti ci hanno giocato e in altrettanti continuano a giocarci. Ciò che incuriosisce, però, è come questo progetto nato dal nulla e con un destino che sembrava incline al fallimento sia diventato l’esport per eccellenza, lo sport elettronico più completo e seguito nel panorama mondiale, un po’ come il calcio negli sport in generale.

L’idea di un successore spirituale di DotA nacque già in tempi remoti: due membri attivi della community di DotA credettero che il gameplay di quest’ultimo fosse così innovativo da rappresentare la nascita di un nuovo genere di gioco e di meritare un’importanza professionale non indifferente. Così Riot Games, società fondata nel 2006 da Marc Merrill e Brandon Beck e con le menti più creative dietro Dota-Allstars (tra cui Steve “Guinsoo” Feak e Steve “Pendragon” Mescon), fa partire il progetto LoL, con attualmente più di mille dipendenti addetti alla cura del gioco. Il gioco si presenta come un MOBA tradizionale, più semplificato per abbracciare più utenti ma sempre difficile da padroneggiare. Tutto focalizzato sulla Landa degli Evocatori, la mappa principale più conosciuta.

Rappresentazione semplificata della Landa degli Evocatori

La BETA del gioco aveva grossi difetti anche per l’epoca: una grafica non molto curata, un gameplay che lasciava a desiderare ed un design dei personaggi che non era il massimo. L’unica nota positiva era la “lore” che, seppur ancora acerba, poteva risultare interessante. Il punto di forza di Riot Games è sempre stata, a differenza di molte case videoludiche, la particolarità di interagire direttamente con il pubblico, e proprio lo stesso pubblico era responsabile dei cambiamenti interni del gioco stesso. Un po’ come se, nel basket, i giocatori decidevano le regole e l’equipaggiamento per giocare. Proprio questo punto di forza, però, è stato per un bel po’ il suo peggior difetto.

Dare troppa fiducia al pubblico non ha fatto altro che rovinare ulteriormente un’esperienza di gioco già approssimativa, ed i continui campioni sempre meno bilanciati (i giocatori più nostalgici ricorderanno il vecchio Mordekaiser o Yasuo nella Season 3) non facevano altro che peggiorare la situazione. A ciò si aggiungeva la gestione della community inefficiente, con un sistema di controllo dei giocatori pressoché inesistente. Nonostante tutti questi difetti, era il titolo più giocato al momento ed aveva abbassato la cresta ad un certo World of Warcraft, colosso della Blizzard. Il gioco negli anni cambiò e fu migliorato notevolmente, ma la continua irresponsabilità della Riot riguardo le grosse lacune che il suo gioco presentava da anni, ha fatto reagire proprio la Blizzard e la sua risposta non si fece attendere.

I due anni del terrore

Nel 7 Novembre 2014, tramite diversi cinematic trailer, viene annunciato Overwatch, un nuovo e fresco FPS targato Blizzard. Qui faremo la conoscenza dei primi personaggi confermati nel roster: da Tracer a Winston, da Reaper a Widowmaker. Il trailer riscuote un discreto successo al pubblico, ma tutti vogliono vedere ben altro. Così, il 13 Maggio 2015, viene mostrato il primo trailer di gameplay del gioco che aveva solo bisogno di qualche rifinitura. Dal gameplay si mostra molto simile al suo predecessore spirituale, Team Fortress 2, mettendo in luce soprattutto una particolarità che spaventa proprio Riot: il gioco avrà meccaniche MOBA ed i personaggi saranno divisi in classi. La Beta del gioco viene rilasciata il 10 Dicembre 2015, proprio durante l’inizio della sesta season di LoL. Tutti i videogiocatori fan e non di Blizzard si fiondano sul titolo ed il numero degli stessi giocatori cresce esponenzialmente. Blizzard fa sul serio e da quel momento è guerra fredda.

Il gioco completo viene rilasciato su PC e console il 24 Maggio 2016. La situazione diviene incontrollabile ed Overwatch, secondo “SuperData Research”, incasserà oltre 269 milioni di dollari nello stesso mese, superando Uncharted 4, l’attuale ultimo canto del cigno di Naughty Dog. Questo fattore non solo migliora la condizione già agiata di Blizzard, ma fa addirittura schizzare il mercato PC in generale, facendolo crescere ad un ulteriore 8%. Solo un piccolo ma non insignificante contrattempo lo disturba: Team Fortress 2.

Molti giocatori e testate giornalistiche specializzate additarono proprio Blizzard di plagio per la non indifferente somiglianza tra il titolo targato Valve ed Overwatch. Siti come Gamasutra e PC Gamer, infatti, li hanno confrontati, facendo notare come Team Fortress 2 sia una pietra miliare degli sparatutto ed un’influenza fondamentale non solo per Overwatch, ma per tutto il genere degli sparatutto (soprattutto per quelli a classi). A rispondere alle accuse è proprio Jeff Kaplan, direttore del team di sviluppo di Overwatch, dichiarando apertamente che aveva proprio preso ispirazione dall’intera serie Team Fortress, e considera questi paragoni un “enorme complimento”.

A parte questa piccola controversia, arriviamo nel 2018 e tutto procede a gonfie vele in casa Blizzard: World of Warcraft, sua gallina dalle uova d’oro, continua ad essere giocato e seguito nonostante gli oltre 10 anni di età sulle spalle ed Overwatch continua a macinare vendite ed ad accogliere sempre più giocatori. Riot, d’altro canto, non se la sta passando nel migliore dei modi: lentamente alcuni giocatori di LoL abbandonano la nave. Certi lo fanno per completo disinteresse, altri per nostalgia o perché il gioco è cambiato troppo e “non è più come prima” ed altri vogliono solo “disintossicarsi” dal gioco per fare altro. Però, la sua fetta di appassionati c’è sempre, crede ancora al progetto LoL e sa che le cose possono migliorare.

Blizzard fino a quel momento è quasi imbattibile ed è destinata ad essere ancora una volta, dopo il periodo WoW, un vizio e una virtù per ogni giocatore. Ha solo un problema: si piace troppo. Al momento di concludere, vuole provare il passo più lungo della gamba. E la vanità, nell’economia di mercato videoludico, non è ben vista.

Resurrezione

Blizzard vuole fare il grande passo nel mondo dell’esport, fondando la Overwatch League, il più importante torneo di Overwatch, con 20 squadre partecipanti nel globo. Proprio per questo, Blizzard sigla il 9 gennaio 2018 un contratto di partnership esclusiva con Twitch di 90 milioni di dollari. Nasce qualcosa di grandioso. Durante la settimana di apertura, oltre 10 milioni di spettatori sono lì ad assistere al torneo. Per Riot sembra davvero finita… per un breve periodo, però. Tutto in casa Blizzard crolla improvvisamente come un castello di carte. La Overwatch League perde subito credibilità: gli stessi ascolti continuano a scendere vertiginosamente, e si susseguono controversie sempre nello stesso mese. Prima aleggia il mistero sulla condizione e sul morale di una delle squadre partecipanti, gli Shanghai Dragons (collezionando alla fine del torneo 0 vittorie e 40 sconfitte, record assoluto negli esport); poi vengono sospesi ben 7 pro player, tra i quali Neko per la vendita di un account ed Xqc (personaggio tanto amato quanto odiato nella community) per commenti omofobi. Pochi mesi dopo Fortnite diventa un fenomeno di costume ed il resto è storia.

Proprio dagli involontari errori di Blizzard, Riot si rialza completamente e spara tutti i colpi in canna lasciandoci un anno a dir poco incredibile: investono tutto il possibile su continui eventi in game, dando persino profondità alle skin dei vari champ (la linea Odissea ne è un esempio); migliorano e svecchiano champ tanto vecchi che parevano dimenticati; la lore viene completamente rivoluzionata offrendo anche una sua evoluzione; ed il gioco viene finalmente bilanciato ed aggiornato bisettimanalmente. Tutto in un anno solare. Oltre a tutti i fattori interni, torna alla ribalta il personaggio pubblico che Riot ha sempre rinnegato ma alla fine perdonato, Tyler1. Proprio Tyler1, tornato su LoL dopo 3 anni, non farà altro che bene a lui ed a Riot Games, registrando anche il picco di 386 mila spettatori in un singolo stream, attuale record per uno streamer individuale.

Tyler1 al suo primo stream dopo il ban

Al contrario di Blizzard, Riot vuole chiudere definitivamente i conti dopo aver picchiato come un fabbro, cercando ancora di superare se stesso e trovare ancora una volta il successo proprio dove Blizzard aveva fallito: l’esport. Camminano a passo felpato dalle fasi a gironi alle semifinali del mondiale di LoL (“contenendosi” a stadi di piccola capienza) per poi dipingere la loro Gioconda il 3 Novembre, il giorno della finale. Alla cerimonia d’apertura hanno dimostrato in poco più di un quarto d’ora che i sogni possono realizzarsi. Anche il caso volle che proprio in quella finale partecipassero i Fnatic, una squadra europea nonché favorita al titolo. Da quel momento la parola “esport” viene davvero conosciuta e riconosciuta nel vecchio continente e nel mondo, mostrando uno spettacolo di emozioni all’Incheon Munhach Stadium, uno stadio dalla capienza di poco più di 50 mila persone. Oltretutto diviene l’evento esport più visto di sempre, raggiungendo un picco di oltre 200 milioni di spettatori simultanei durante le finali. L’impresa è compiuta: League of Legends ha raggiunto l’immortalità.

La cerimonia d’apertura della finale del LoL World Championship

In un certo senso, però, anche prima della sua rivoluzione, LoL è sempre stato presente. Il mondo ci offre una moltitudine di titoli, giochiamo quelli di nostro interesse, li concludiamo e passiamo ad altro. Ma proprio LoL, come un caro amico, sarà sempre lì. Quell’icona con la L sul desktop è lì che aspetta sempre il nostro ritorno. Quell’icona ci farà giocare con persone vicine e lontane; ci invoglierà a migliorarci giorno per giorno; a rilassarci con partite complesse o mordi e fuggi; e, perché no, a mostrarci quanto il suo mondo sta cambiando. È vero, a volte ci riempirà di insulti, ma alla fine ci darà una pacca sulla spalla e finirà tutto in un “gg wp”.

Certi dicono che si ritorna dove si è stati bene, ma con LoL non succede mai. Come una seconda pelle, rimarrà sempre parte della vita di molti videogiocatori. Gli stessi giocatori che si prepareranno a partite che, anche a distanza di altri 10 anni, non saranno mai uguali.

La sottile linea bianca

Oggi è San Valentino, e non esiste momento migliore che parlare di gaming, ma in un modo diverso dal solito. Molti passano questo giorno con il proprio partner, ma molti altri single lo staranno passando con spensieratezza e leggerezza. Altri ancora, invece, soffrono. Ed è proprio qui che entra in gioco The End of the World, un videogioco (che sicuramente in pochissimi hanno giocato o sentito parlare) sviluppato da Sean Wenham che non è disponibile su PC o console, ma solo su dispositivi mobile.

“For Brittney”

Comincia così un’esperienza videoludica che può anche non essere giocata, ma che per capirla, comprenderla, bisogna averla vissuta. Come sarà mai la fine di una relazione? Ci si dispera per un po’, si cercano distrazioni, poco ortodossi ed anche salutari, per non soffrire la perdita della persona amata, ma poi si affronta la vita al meglio e più forti. Per alcuni, però, è complicato riprendersi la propria vita dopo aver passato intensamente una relazione che si è conclusa bruscamente. Per questi, infatti, il mondo finisce, proprio come suggerisce il titolo del gioco in questione. The End of the World è una storia malinconica, senza troppi giri di parole e senza ancore di salvezza, e Sean Wenham, con questo titolo, fa di tutto per prendere il tuo cuore, strappartelo e calpestarlo davanti ai tuoi occhi. Il gioco, però, durerà più o meno 20 (ma intensi) minuti.

La dura vita di tutti i giorni

Questo gioco a scorrimento laterale ha uno stile artistico insolito che caratterizza l’impronta di Wenham: ricorda, infatti, i disegni ad acquerello e l’atmosfera è ovattata da tinte “umide”. Esso ci narra le vicende di un ragazzo innamorato e per questo straziato. Il tutto è ambientato ad una Newcastle tinta di colori freddi e spenti, che inizialmente sarà intatta, ma che lentamente diverrà distrutta, le cui strade ed edifici sembreranno essere stati bombardati. Il gameplay è volutamente spoglio e risicato e sarà a scorrimento orizzontale. Non avremo obiettivi da conseguire o nemici da affrontare, proprio per dare spazio alla storia che lo sviluppatore ha voluto raccontare.

Faremo il tutto passivamente: dovremo alzarci dal letto, vestirci, prendere un caffè, se siamo in vena, e affrontare la vita di tutti i giorni. Potremo interagire con le poche cose che abbiamo sullo scenario, e tutte avranno la stessa importanza. Eccetto una: un orologio. Quest’orologio comparirà in alto sullo schermo mentre percorreremo paesaggi precisi che il ragazzo aveva già percorso prima della nostra esperienza in game. Per farlo funzionare, dovremmo solo tenerlo premuto, e solo da quel momento in poi cambiano le carte in tavola, seppur per pochi istanti.

I dolci ricordi

Compare lei. La dolce metà che non fa più parte della vita del ragazzo si manifesta, la vita di quest’ultimo si accende e tutto torna al proprio posto. Proprio tenendo premuto quell’orologio, il ragazzo che comandiamo si soffermerà a pensare di quanto nostalgici e dolci erano quei bei momenti passati con la propria amata, rappresentando il tutto con un rosso acceso, caldo e accogliente. Il protagonista si trova dunque in bilico tra passato e presente, tra le memorie e i fatti, tra cognizione e realtà. Realtà, quella stessa realtà che il ragazzo si è costruito con la sua cognizione delle cose. Il paesaggio cambia perché lui cambia. Newcastle è sempre rimasta al proprio posto, ma la sua cognizione (e, soprattutto, lui stesso) sta sempre più peggiorando. Il silenzio assordante che ci accompagna continuamente non migliora le cose.

Durante la fase finale, saremo messi dinanzi ad una scelta: inseguire costantemente un ricordo intatto od affrontare un nuovo inizio e ricostruire Newcastle da capo a piedi. Qui la sottile linea bianca entra davvero in scena: quella linea la sbilanceremo noi in base a ciò che sarebbe meglio per tutti. I due finali, infatti, saranno nominati con un punto interrogativo. Good Ending? Bad Ending? Nessuno lo saprà mai, nemmeno il personaggio che controlliamo. Ciò che sa è che non amerà più così intensamente, anche se continuerà a farlo con altre. Stessa esperienza viene affrontata da Ted Mosby nella sitcom How I Met your Mother, o da Princess Carolyn in Bojack Horseman. Anche lo stesso sviluppatore Sean Wenham l’ha dovuto passare con quella Brittney nominata nei titoli di testa, e così lo stanno passando tutti gli altri che prima o poi muoveranno quella sottile linea bianca.

Anch’io la mossi, tempo fa.

La più grande sfida di Sony

Scommettere.

Questo è un imperativo della multinazionale nipponica che, ancora oggi, risulta quasi incontrastata sul mercato videoludico, dominando sia su vendite console che sulle proprie esclusive. Altro suo grande pregio è il saper creare hype nei vari eventi videoludici (esempio lampante è la sua conferenza dell’E3 2016, dove ha letteralmente fatto terra bruciata sulla compagine concorrente Microsoft). Questo, fino alla chiusura dell’attuale generazione di console.

Facendo un riassunto generale di questa generazione che sta per concludersi, la “console war” è stata dettata dalla supremazia della società giapponese che, proponendo al momento e modo giusto esclusive di uno spessore non indifferente (vedasi God of War, Uncharted 4, Horizon: Zero Dawn e così via) ha ottenuto la meritata attenzione globale e vendite da capogiro.

Dall’altro lato, Microsoft ha compiuto varie gaffe mediatiche che hanno delineato la forte debolezza sul fronte console: prima il lancio disastroso di Xbox One, con cambi continui all’idea che stava alla base della console; poi la morte del Kinect; la perdita di esclusività in senso totalitario dei giochi One usciti poi su PC; lo sviluppo travagliato e la conseguente cancellazione di Scalebound e molto altro. L’uscita di Xbox One X non ha migliorato le cose, in quanto già da un po’ non si sente più parlare. Piccola parentesi va a Nintendo che, anche con un parco titoli ristretto, riesce a “godere tra le due litiganti”.

La conferenza Microsoft del 21 maggio 2013 durante l’evento Xbox Reveal

Tornando al presente, Sony ha battuto il ferro finché era caldo ed ora dorme sugli allori, facendo valere il suo predominio durato più di 6 anni. Microsoft, nonostante le pesanti critiche negative subite dall’utenza generale, stringe i denti e lancia il guanto di sfida a Sony per la prossima generazione: entrambi devono offrire, oltre la nuova console con annessi titoli, il servizio videoludico più appagante possibile al videogiocatore medio e non.

Il campione e lo sfidante

Dal lato “blu”, Sony offre Playstation Now, una piattaforma streaming videoludica dove, al prezzo d’abbonamento di €9,99 al mese, offre 4 giochi mensili (anche molto recenti, comprese esclusive Sony) “a rotazione” (un po’ come il PS Plus) senza pagare alcun costo aggiuntivo, da giocare su console Playstation o su PC. Dal lato “verde”, Microsoft offre Xbox Game Pass, un intero catalogo videoludico permanente ed in continuo aggiornamento, compreso di esclusive Microsoft e di titoli recenti, al prezzo di €12,99 al mese.

Il grande match

Solo per questo motivo, nella prossima generazione, Sony parte nettamente svantaggiata nonostante ci fosse un leak della prossima console rilasciato all’inizio del 2019. Quello che serve a Microsoft, in questo momento, è di riavvicinare l’utenza (e soprattutto gli affezionati Xbox) per poi lanciare una nuova console a tutto tondo che convinca fin da subito con un esclusiva che faccia gridare al miracolo.

Nel 12 dicembre 2019 avviene l’inaspettato: durante i The Game Awards 2019, viene presentata la nuova console di casa Microsoft, tale Xbox Serie X. Il design non è proprio dei migliori (suscitando anche qualche ilarità nel web), essendo una console abbastanza “corposa” a forma di parallelepipedo con la superficie superiore occupata da una feritoia concava illuminata da un led verde. Ma, soprattutto, viene annunciata come esclusiva Microsoft una vecchia conoscenza, Senua’s Saga: Hellblade 2, titolo che ha fatto non poco scalpore dal trailer per via della realizzazione tecnica: ciò che il trailer mostra è l’effettiva potenza grafica che offre. L’unica nota dolente per la console è la conferma dell’assenza di titoli esclusivi per i primi due anni.

Sony d’altro canto annuncerà la sua console al prossimo E3, ma per adesso preferisce pungolare il pubblico con diversi leak (prima qualche indizio proprio sulla nuova console, poi su Gran Turismo 7 come killer app, un nuovo Ratchet & Clank nel 2021 dopo ben 4 anni dal remake e 7 dall’ultimo capitolo, il nuovo Uncharted e così via). A proposito della console, l’unica certezza è che avrà un design futuristico e avrà un costo che si aggira sui €500 (per via della sua enorme performance tecnica e grafica). Sony sa che sta incassando parecchio, ma vuole esitare per poi sfoderare i propri assi nella manica; il problema però è che il tempo stringe e la console sarà lanciata alla fine dell’anno corrente.

Resoconto

Microsoft sta facendo di tutto per riprendersi il dominio console come avvenuto durante la settima generazione di console con la sua Xbox 360, ma puntando su tutti altri fronti; Sony vuole fare un grosso balzo in avanti, pur guardandosi indietro. Microsoft vuole lasciarsi il passato alle spalle mentre Sony vuole affrontare la nuova generazione con la stessa strategia che ha reso vincente PS4: potenza, esclusive e una forte immagine di mercato.

A conti fatti, Microsoft potrebbe già vincere in partenza questo match, ma Sony ha un grosso alleato da parte sua: il pubblico. Il grande pubblico è sonaro e non è un caso; Il logo di Playstation 5 mostrato al CES 2020 è attualmente l’immagine con più like su Instagram. Dopo sole 48 ore dalla sua uscita, il logo di PS5 è riuscito ad accumulare quasi cinque milioni di like e più di 136.000 commenti. Ad oggi, mentre scrivo quest’articolo, il logo ha raggiunto esattamente 5,3 milioni di like, superando di gran lunga il record precedente dell’annuncio del crossover “Avengers Endgame X Fortnite” (di 2,6 milioni). Al contrario, il post della presentazione di Xbox Serie X ha raggiunto attualmente poco meno di un milione di like.

Nulla è già scritto, tutto può succedere e le situazioni possono continuamente ribaltarsi. Anche se ormai non se ne parla più, nella prossima generazione potrebbe scatenarsi una delle console war più accese e più intense degli ultimi anni.

Manca pochissimo ad un duello che durerà un decennio. Si va in scena.

Assassin’s Creed: come un brand ha riscritto gli open-world

Vi è mai capitato di osservare un monumento storico e pensare “wow, chissà come doveva essere vivere in quel periodo”? Ci troviamo nell’autunno del 2007 e nel mercato europeo, tre anni dopo l’avvento delle console di settima generazione, arriva quello che sarà poi il primo capitolo di una delle saghe più famose e discusse dell’intero panorama videoludico.

Originariamente creato come spin-off della Prince of Persia Saga con il nome di Prince of Persia: Assassin, il team di sviluppo rivoluzionò l’intero progetto per dare vita a quella endecalogia che noi tutti, appassionati e non, conosciamo.

Divisa in tre saghe, la prima, la saga di Desmond composta da 5 capitoli, si apre con il nostro protagonista all’interno di una sessione confusa dell’Animus, un macchinario che, tramite le sequenze di DNA, riesce a far rivivere i ricordi dei propri antenati. Il soggetto in questione è Altair Ibn-l’Ahad, un assassino vissuto in Terra Santa durante la Terza Crociata del 1191 che, per riscattare il proprio onore e sventare il complotto dei Templari, ha il compito di uccidere i comandanti corrotti delle due fazioni cristiane e musulmane e recuperare un antico manufatto dai poteri divini chiamato Mela dell’Eden.

Il titolo divenne da subito molto apprezzato da pubblico e critica, raggiungendo ampi consensi anche nel mercato nipponico sulla rivista Famitsu. Nonostante la ripetitività delle meccaniche e l’estrema facilità dei combattimenti, il gioco ha dato il via a tutta una serie di novità che, fino a quel momento, nessuno era stato in grado di portare. Con la possibilità di scalare le pareti degli edifici e raggiungere posizioni elevate, Assassin’s Creed ha riscritto le regole di costruzione degli open-world, con l’aggiunta di torri d’osservazione che, una volta in cima, apriranno la mappa andando così a scoprire gli obiettivi primari utili per andare avanti nella trama.

Gli anni passano e, due anni dopo l’uscita del primo capitolo, nel 2009 arriva Assassin’s Creed II ambientato, questa volta, nella nostra tanto amata Italia Rinascimentale. L’antenato protagonista è Ezio Auditore, giovane ragazzo fiorentino proveniente da una famiglia di banchieri che entra a far parte della Confraternita per vendicare la morte della sua famiglia, operata dai Templari. Durante il suo viaggio per l’intera penisola farà la conoscenza di personaggi del calibro di Leonardo da Vinci, Caterina Sforza e Lorenzo de Medici.Con un combat system nettamente migliorato, aggiunta di missioni secondarie che vanno dall’esplorazione di vecchie catacombe a corse contro il tempo, varietà di obiettivi durante la storia principale, nuove meccaniche di gameplay come l’aggiunta di una seconda lama celata e la possibilità di comprare armature e armi, il tutto condito con un personaggio carismatico come pochi, non c’è da stupirsi se viene considerato il miglior capitolo del brand, nonché il più amato dal pubblico.

Questo enorme successo segnerà la saga per i capitoli successivi i quali arriveranno a cadenza annuale, ognuno dei quali accompagnato da fumetti e romanzi atti ad approfondire la storia.

Fu così che, nel 2010, arriva Assassin’s Creed Brotherood. Ambientato nella Roma del 1500, Ezio, ormai trentenne, rifonda la Confraternita e, durante la sua ricerca della Mela, è costretto a scontrarsi con Cesare Borgia, figlio dell’allora papa Alessandro VI. Riutilizzando la stessa formula del capitolo precedente, la novità è data dalla presenza, più attiva, della Confraternita. Ezio può chiamarne i membri per eliminare i possibili ostacoli in modo da poter proseguire senza destare sospetti. Ogni membro possiede equipaggiamento unico e ognuno ha delle proprie abilità utili al fine di completare le relative missioni in giro per il Mediterraneo.

Da questo capitolo è presente una modalità multiplayer PvP che durerà fino ad Assassin’s Creed IV: Black Flag in cui i giocatori dovranno darsi la caccia a vicenda senza destare sospetti.

A novembre 2011 arriva il terzo ed ultimo capitolo della trilogia di Ezio, chiamato Assassin’s Creed Revelations. In questa nuova avventura Ezio, divenuto Mentore della Confraternita, abbandona l’Italia per intraprendere un lungo viaggio che lo porterà fino a Masyaf, storica roccaforte della Confraternita all’interno della quale Altair ha costruito una biblioteca segreta. Riproponendo le medesime meccaniche dei capitoli precedenti, in Rrevelations si assiste alla prima evoluzione delle meccaniche di free-roaming grazie all’aggiunta della lama uncinata, permettendo così movimenti più rapidi durante l’esplorazione. La città di Costantinopoli, così come la Roma di Brotherood, ha nei suoi quartieri vecchi covi della Confraternita in mano ai Templari i quali, una volta liberati, dovranno essere difesi utilizzando classiche meccaniche da tower defense.

Nel 2012 assistiamo alla prima evoluzione del brand. Terminata la trilogia di Ezio con un cortometraggio animato chiamato Embers, Assassin’s Creed III introduce una delle meccaniche più richieste e amate: le battaglie navali. Connor, giovane nativo americano,vedendo il proprio villaggio distrutto per colpa di un incendio doloso nel quale perde la madre, entra in contatto con un vecchio mentore della Confraternita diventando, così, parte attiva della Rivoluzione americana. Migliorando le meccaniche di gameplay dei precedenti capitoli, assistiamo alla comparsa delle prime componenti RPG del brand. Dovremo cacciare determinati animali e utilizzare i materiali ottenuti al fine di ottenere nuovo equipaggiamento. Le battaglie navali, punto davvero interessante del titolo, risultano essere ben costruite e variegate, con la possibilità di scelta tra diversi tipi di palle di cannone e l’utilizzo di speciali bocche di fuoco per centrare i punti deboli delle imbarcazioni rivali. Con questo capitolo termina la saga di Desmond per dare inizio alla saga dell’Iniziato.

Lo stesso giorno dell’uscita di Assassin’s Creed III ecco spuntare quello che è il primo, ed unico, capitolo su PS Vita. Chiamato Assassin’s Creed III Liberation, vestiamo i panni di Aveline de Granpè, un’assassina che ha il compito di liberare gli schiavi trasportati in Messico. Per adempiere alla sua missione ed assassinare i i Templari schiavisti, Aveline disponde dell’abilità di potersi camuffare sia tra l’aristocrazia dell’epoca sia tra gli schiavi. Ogni cambio di abito le conferirà vantaggi e svantaggi impedendole o permettendole di svolgere certe azioni.

Con l’inizio di questo nuovo ciclo l’intero brand viene rivoluzionato. Le sezioni del presente, quelle al di fuori dell’Animus, avverranno con visuale in soggettiva dove il protagonista non può far altro che assistere inerme a tutto ciò che lo circonda. Assassin’s Creed IV: Black Flag, uscito nel 2013 e prequel di Assassin’s Creed III, narra le avventure del nonno di Connor, Edwar Kenway. Questa volta però il protagonista non è un membro della Confraternita, bensì un pirata in cerca di fama e denaro delle isole cubane. Il gameplay verterà quasi ed esclusivamente sul navale dove potenziare la propria imbarcazione è l’unico modo per poter andare avanti con la storia principale, vista la presenza di una componente GDR dove il livello varia da zona a zona.

L’arrivo nei negozi delle console di ottava generazione è stata l’opportunità per molti sviluppatori di creare opere più complesse e realistiche, sia a livello tecnico sia di gameplay. Ed è qui che, nel 2014, Assassin’s Creed Unity fa la sua comparsa. Forse il titolo che ha più deluso i fan dal punto di vista tecnico, Unity fu pubblicizzato come una vera e propria evoluzione dell’intero franchise. Grazie alla potenza di calcolo delle nuove console, gli sviluppatori hanno potuto creare una Parigi più viva rispetto alle città dei precedenti titoli, un parkour più realistico e veloce e una componente di personalizzazione del personaggio da capogiro.

In concomitanza all’uscita di Unity, su cross-gen arriva Assassin’s Creed: Rogue. Riprendendo le medesime meccaniche di Black Flag, il titolo è ambientato alcuni anni prima gli eventi di Connor e questa volta prenderemo parte alla vita di Shay Cormac, ex Assassino che cambia partito a causa di un torto subitogli dal suo vecchio mentore.

Nonostante il flop, nel 2015 Ubisoft ripropone la stessa formula ma in salsa londinese. I fratell Frey, Evie e Jacob, durante la ricerca di un manufatto dell’Eden, guidano la rivoluzione popolare scoppiata a causa dell’oppressione della popolazione da parte dei ricchi industriali. Riprendendo la feature di Brotherood, all’arsenale dei protagonisti si aggiunge un nuovo equipaggiamento: il lanciacorda, utile per passare da un tetto ad un altro. Essendo due i protagonisti, sarà possibile utilizzare uno dei due in qualsiasi momento del gioco. Evie predilige gli attacchi furtivi, Jacob quelli frontali. Nonostante queste piccole novità, il titolo non raggiunge il successo sperato cosicché Ubisoft prende la decisione prendersi del tempo per rivalutare il futuro dell’intera opera, terminando così la saga dell’Iniziato.

Nel 2017, con l’annuncio di Assassin’s Creed Origins, nell’aria incomincia a farsi sentire odore di nuovo. Con quasi l’intero Egitto come mappa esplorabile, sin da subito si percepisce che l’Assassin’s Creed cui siamo abituati non esiste più, che l’eterna lotta tra Assassini e Templari non è stata altro che un misero mezzo per raccontare una realtà più dura e misteriosa. Ed è qui che facciamo la conoscenza di Bayek di Siwa, medjay del piccolo villaggio di Siwa diventato uno spietato guerriero a causa della morte del figlio da parte di un misterioso culto. Abbandonato tutto ciò che rendeva l’opera unica, Origins si mostra, già nella prima ora, come un GDR, con avanzamenti di livello, punti abilità, livelli delle aree e missioni. Con questo capitolo ha inizio la saga di Layla, una giovane archeologa alla ricerca dei manufatti dell’Eden.

Riutilizzando la stessa formula di Origins, nel 2018 Ubisoft propone Assassin’s Creed Odyssey, titolo ambientato nella Grecia del V secolo a.C., con protagonisti i fratelli Alexios e Kassandra. Se con Origins il brand ha assunto una deriva più marcata verso il GDR, con Odyssey abbiamo la sua più totale appartenenza al genere. Dialoghi multipli, romance, tutto ciò che contraddistingue i GDR RPG è in questo nuovo titolo. Abbandonata la lama celata, divenuta già dal primo capitolo l’arma iconica dell’opera, al suo posto è sub-entrata la lama della lancia di Leonida la quale permette invulnerabilità alle cadute e uccisioni furtive più complesse.

Secondo alcune voci di corridoio, Ubisoft starebbe attualmente lavorando ad un nuovo titolo con protagonista la civiltà vichinga con nome in codice Assassin’s Creed Ragnarok

Devil May Cry: storia di una saga che si avvicina al ventennale

Ci sono giochi che segnano una generazione pur non portando innovazione e giochi che riscrivono completamente un genere partendo da zero. Poi ci sono quelli che creano sotto-generi. Siamo nell’ormai lontano 7 dicembre 2001, in Europa usciva il primo capitolo dell’iconica saga Devil May Cry. Un titolo che ha preso il genere action e lo ha rinnovato, andando a creare il genere dello Stylish-Action, dove a contare davvero è la capacità del giocatore.

In vent’anni di sviluppo del mercato molte cose sono cambiate. Con l’avanzamento della tecnologia tanti brand sono nati e morti in poco lasso di tempo. Ciò non è accaduto per DMC che, sin da subito grazie alla frenesia dei suoi combattimenti e ad un protagonista carismatico come pochi, è entrato nei cuori di ogni appassionato del media. Ovviamente certe meccaniche di gameplay possono subire il peso del passare degli anni, ma ciò non preclude un’esperienza di gioco unica, capace di offrire divertimento illimitato.

La saga nasce dalla mente di Hideki Kamiya durante la settima generazione di console, facendo vivere ai suoi fan gioie e dolori, soprattutto dopo l’uscita del reboot non all’altezza delle aspettative. Dopo svariati leak e speculazioni, all’E3 2018 viene finalmente annunciato Devil May Cry 5.

Il primo capitolo della saga, Devil May Cry, è stato in grado di riscrivere un genere. Inizialmente nato come quarto capitolo della saga di Resident Evil, sin da subito gli sviluppatori si resero conto di aver creato un titolo del tutto nuovo, basato su combattimenti all’arma bianca e con armi da fuoco, il tutto condito da heavy metal e design gotico. Il titolo narra le avventure di Dante, figlio del demone Sparda il quale ha salvato l’uminà da una guerra che coinvolse le due razze, e Eva, un’umana. La storia inizia con Trish, un demone dalle fattezze umane, che recluta il nostro protagonista per aiutarla a salvare il mondo da Mundus, un demone intenzionato a conquistare il mondo umano.

Il titolo divenne subito un punto di riferimento sia della console PlayStation 2 che tra i videogiocatori. Dante ha a disposizione una vasta gamma di armi, tra cui la famosa spada Rebellion e le fidate pistole Ebony e Ivory, tutte sbloccabili andando avanti con la campagna principale la quale è composta da una serie di 20 missioni. Essendo metà umano e metà demone, Dante ha la possibilità di trasformarsi in demone aumentando di conseguenza i danni inflitti, rigenerare la salute e ottenere abilità uniche. Essendo uno Stylish Action il combat system è basato sul mettere a segno combo per aumentare il proprio punteggio stile che va da D ad SSS. Più variegate e lunghe saranno le combo, più alto sarà il punteggio stile. All’uccisione dei vari avversari, verranno donate delle Red Orbs utili per potenziare Dante. Un gioco chiave della storia videoludica, ma non privo di difetti in quanto la trama non è molto solida e la telecamera, non potendo essere mossa dal giocatore, risulta fastidiosa durante i combattimenti.

L’opera fu strappata dalle mani di Kamiya per essere donata a Hideaki Itsuno, segnando la fine del rapporto tra Kamiya e Capcom, ottenendo come risultato un secondo capitolo completamente diverso da predecessore. Sbarcato su PlayStation 2 nel 2003, seppur vendette molto, deluse critica e fan e divenendo l’anello debole della saga a causa di una direzione artistica non all’altezza, IA quasi assente e un livello di sfida diminuito rispetto al precedente capitolo. In questo capitolo Dante entra in contatto con Lucia, la quale può essere giocata in alternativa del protagonista. Nonostante i miglioramenti alla telecamera, Dante risulta essere cupo e al contempo anonimo, le ambientazioni sono più spaziose ma meno dettagliate che in passato. Con le lamentele ricevute Capcom si mise così al lavoro sul terzo capitolo, nella speranza di attirare di nuovo i fan.

E ci riuscì. Devil May Cry 3: Dante’s Awakening è il degno erede del primo capitolo, quello che i fan aspettavano con tanta ansia. Quando nel 2005 arrivo sugli scaffali, il titolo riuscì sin da subito a riconquistare fan e critica, colpiti dalla caratterizzazione di Dante non più cupo e adulto, ma spensierato e spavaldo. Il titolo si apre con un’enorme torre che appare in centro città all’interno della quale è presente Vergil, fratello di Dante, che è in cerca di potere per poter sconfiggere il re dei demoni. Avanzando con la storia faremo la conoscenza di svariati personaggi, andando a scoprire il passato del meta-umano dai capelli bianchi e la sua evoluzione. Diretto nuovamente da Itsuno, il gioco offre una difficoltà più alta e viene aggiunta una nuova meccanica al combattimento: gli Stili. Tramite questa nuova componente, sono permesse combo ancora più variegate e spettacolari. Poi arrivò la prima Special Edition nella quale era possibile impersonare anche Vergil sia nella campagna che nel Bloody Palace, un’arena a livelli dove, per avanzare, bisogna sconfiggere i demoni di turno.

Tre anni dopo, causa del basso tasso di vendite di PlayStation 3, venne pubblicato per la prima volta in formato multi piattaforma Devil May Cry 4 che andrà a rappresentare il coronamento tecnico della saga PS2 tramite un’operazione di rimodernamento delle meccaniche di gameplay. Ma la vera mossa audace da parte del team è stata l’inserire un personaggio nuovo: Nero. Al suo fianco avremo il tanto amato Dante nei panni di co-protagonista. Questa manovra ricorda molto la scelta di Kojima attuata in Sons of Liberty, dove Solid Snake funge da aiutante per Raiden. Nero ha un equipaggiamento limitato dalla pistola Blue Rose e dalla spada Red Queen, la quale aumenta la propria potenza grazie all’Exceed system. Tuttavia, la novità di questo capitolo è data dal braccio demoniaco del protagonista con il quale è in grado di lanciare e prendere a pugni gli avversari. Quando ci ritroveremo nei panni di Dante, ciò che salta all’occhio è la possibilità di poter cambiare stile durante i combattimenti, cosa che non avveniva nel capitolo precedente. La parte deludente però sta nel fatto che dovremo ripercorrere gli stage fatti da Nero.

Al TGS del 2010 venne mostrato per la prima volta il reboot della saga, questa volta in mano al team occidentale Ninja Theory. Passeranno 3 anni e quando DmC arrivò sugli scaffali, si scatenò un putiferio a causa del cambio artistico voluto da Capcom stessa. Le vicende sono ambientate in un universo parallelo a quello che abbiamo imparato a conoscere. Il Dante di questo capitolo si presenta con capelli neri, corti e con atteggiamento più spavaldo della versione di Dante’s Awakening. Se non si è interessati al lato artistico dell’opera, il titolo risulta essere ben sviluppato. Abbandonata la meccanica degli Stili, il titolo presenta nuove features come la presenza di armi demoniache e armi angeliche, selezionabili tramite i grilletti del pad. Le origini dei personaggi sono state riscritte da zero, così come quelle del mondo demoniaco. Quest’ultimo celato dietro il consumismo, i media e alla finanza. Ciò ha offerto al team di sviluppo una maggiore manovrabilità e libertà nel creare una storia che, a suo modo, risulta unica.

Dopo ben dieci anni di attesa, all’E3 2018 venne mostrato il primo trailer del quinto capitolo dell’iconica saga. Il cambiamento più evidente riguarda, sin da subito, la direzione artistica. L’adozione del RE Engine come motore grafico ha permesso al team di sviluppo la creazione di personaggi meno “anime-like” e più realistici. Con un inizio atipico per la serie, siamo testimoni della sconfitta di Dante contro un possente demone, il che dona alla narrazione quel tocco di serietà che tanto mancava ai capitoli precedenti. E proprio nella narrazione che, Devil May Cry 5, mostra il suo lato fan-service. Demoni, armi, tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere li troviamo miscelati in perfetta armonia come se fossero parte di una lettera d’amore alla serie. Dal punto di vista strutturale, DMC 5 non cambia molto rispetto ai titoli precedenti. 20 missioni da affrontare con un determinato personaggio in mappe abbastanza lineari nonostante l’apertura delle ambientazioni. La novità in questo capitolo ricade proprio sui personaggi. Oltre ai conosciuti e famosi Dante, Nero, Trish e Lady, faremo la conoscenza di V. Si presenta in modo atipico, sia per il suo stile di combattimento sia per come viene presentato al giocatore. Diversamente dai restanti personaggi, lui non combatte mai in prima persona ma comanda evocando Shadow, Griffon e Nightmare con i quali porta i demoni nemici in fin di vita per poi giustiziarli con il suo bastone. Inoltre, è dotato di un libro di poesie con il quale, tramite la lettura, ricarica in combattimento la sua riserva di Devil Trigger. Essendo un personaggio nuovo, non è esente da problemi e critiche. I minion da lui utilizzati non sono sempre responsivi e il suo stile di combattimento poco si adatta a quello frenetico e complesso tipico della serie. Nonostante piccoli difetti, DMC 5 risulta essere il sogno che si avvera di ogni fan della saga. Con un combat system sopraffino, è in grado di tenere incollati per centinaia di ore senza mai stancare. Capcom è riuscita nella difficile impresa di riportare la saga ai fausti di un tempo, restando fedele all’anima della serie ma, al tempo stesso, rivedere le meccaniche più datate.