L’immenso Kobe

Buongiorno a tutti i lettori di Free Kick.

Questo è il mio primo articolo e sono orgoglioso di uscire fuori dagli schemi del progetto per parlare di uno dei miei idoli: Kobe Bryant.

Come tutti sapete Kobe Bryant ed altre 8 persone tra cui la figlia Gianna Maria la mattina di domenica 26 gennaio(20.30 ora italiana) hanno perso la vita in un incidente in elicottero e ci sembrava giusto ricordarlo.

Ma non vi parlerò dei successi di Kobe Bryant, quelli li conosciamo tutti, vi parlerò di Kobe visto con gli occhi di un bambino di 34 anni che per 24 anni è rimasto estasiato ogni qualvolta lo vedeva in TV.

Di Kobe amavo la mentalità vincente, era un leader naturale e una dedizione al lavoro che lo portava anche a 36 anni ad andare in palestra alle 5. 30 del mattino per allenarsi, non una cosa normale ma una vera e propria ossessione, ossessione quella per il basket che l’ha portato a scrivere anche una lettera d’ addio verso il suo grande amore che l’ha portato anche a vincere l’Oscar.

Perché la mamba mentality ti porta a voler essere il numero 1 in tutto. Come diceva lui, tutto ciò è venuto con il lavoro e la concentrazione senza mai perdere di vista l’obiettivo finale perché “il punto non è essere Kobe Bryant, ma diventare il Kobe Bryant di sé stesso”.

Ho sempre sognato incontrarlo e chiedergli dove trovava la forza per non mollare mai, anche quando nell’aprile 2013 in una partita contro Golden State si ruppe il tendine d’Achille.

A 35 anni, tutti pensavano”carriera finita?”Ma lui no, la sua mentalità e l’ossessione per la perfezione non potevano permettergli di chiudere così.

Intervento, riabilitazione e allenamenti continui gli hanno permesso di ritornare più forte di prima.

Come nel giorno del suo addio al basket: quanti addii abbiamo visto in qualsiasi sport? Tanti. E come si concludono?con una standing ovation, con un rigore calciato (se parliamo di calcio).

Poteva mai il black mamba chiuderà in maniera normale? Assolutamente no, 60 punti e giocate da fenomeno nel pieno della forma, all’apice della carriera.

Ha deciso di dire basta per dedicarsi ad altro, come insegnare la mamba mentality ai più piccoli come la piccola Gigi.

Perché Kobe, nonostante un atteggiamento che poteva risultare antipatico era un uomo con un cuore grande e voglioso di lasciare ovunque si trovasse un ricordo di lui memorabile.

Un uomo speciale, tanto speciale da fare un patto con sua moglie affinché non prendessero mai l’elicottero insieme come se sapesse che una tragedia come quella di domenica potesse accadere.

Lui era avanti, così avanti che se ne parlerà di lui per tanto, tantissimo tempo perché Kobe è e rimarrà sempre uno dei più grandi sportivi di sempre.

Adesso schiaccia verso il paradiso, palla a te Kobe 5,4,3,2,1.

        Articolo di      Francesco Siciliano | revisionato da Santoro Stefano
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