Le Iene e l’E-sports: la costante ricerca del sensazionalismo

Nella scorsa serata, durante la puntata de Le Iene, è stato mandato in onda un servizio nel quale venivano intervistati CEO, giocatori e staff di svariate squadre appartenenti al mondo E-sport.

Un servizio al limite della ridicolaggine, con continui riferimenti alle somme di denaro di chi partecipa ai tornei o, semplicemente, di chi fa parte di quel mondo per puri motivi ludici quali tifo e/o semplice intrattenimento. Tra video montati ad hoc, scherno e superficialità da parte del giornalista, una persona che non conosce il settore non può fare altro che pensare che la maggior parte degli adolescenti abbiano come unico scopo della vita diventare un giocatore professionista, non sapendo che la strada per arrivare a quei livelli è ardua e piena di sacrifici. Esattamente come accade per i cosidetti “sport tradizionali”, non tutti possono raggiungere quei livelli. Saper mantenere un pad tra le mani o saper usare tastiera e mouse non sono requisiti adatti per intraprendere quel tipo di carriera ed è arrivato il momento che, chi detiene il potere di trasmettere le informazioni, lo faccia nel modo corretto.

1972, primo torneo E-sport della storia

Ma andiamo con calma, spiegando prima cosa sono gli E-sport e perché hanno tanto successo. Sono competizioni dove i partecipanti si sfidano sul videogioco di turno, nascono nel lontano 1972, all’università di Stanford, in seguito ad un torneo di Spacewar! al quale parteciparono una ventina di giocatori. Successivamente la Atari, nel 1980, organizzò un torneo di Space Invaders per Atari 2600 con 10.000 partecipanti. Nel 1990, con l’introduzione delle competizioni sponsorizzate, nacque il primo campionato internazionale professionistico chiamato Cyberathlete Professionale League. La crescita di queste competizioni è stata la causa della nascita di leghe professionistiche in ogni angolo pianeta e la sempre crescente disponibilità di piattaforme di streaming ha permesso agli E-sport di affermarsi tra giovani e vecchi appassionati del media videoludico.

Evoluzione del panorama E-sport negli ultimi anni

Per quanto riguarda l’Italia invece? La prima rivista che ha trattato questo tema è stata Videogiochi, nel lontano 1983, la quale invitava i lettori a fotografare e mandare alla redazione i propri score per poter classificare i punteggi ottenuti nei vari titoli all’epoca conosciuti. La rivista pubblicava periodicamente classifiche nazionali e assegnava premi a coloro che raggiungevano il podio. Fu da queste operazioni che nacque l’AIVA, la quale aveva lo scopo di selezionare i migliori giocatori italiani del momento. Dalla sua nascita iniziarono a formarsi in tutto il paese svariate competizioni dilettantistiche e professionistiche, con la formazione di vere e proprie gaming house all’interno delle quali gli atleti o anche semplicemente gli appassionati possono trovare terreno fertile per la propria carriera videoludica.

Ma come sono visti, in Italia, questo tipo di competizioni? La risposta è semplice: male. L’Italia è un paese vecchio, antico. È un paese ancora ancorato alle tradizioni, incapace nell’accogliere le novità di un qualsiasi media. E questo, Le Iene, lo sanno benissimo. Hanno capito cosa crea indignazione tra la popolazione composta da cinquantenni: i soldi.

Continui riferimenti al denaro non fanno altro che aizzare la popolazione contro questo nuovo tipo di sport, già ignorante di suo sull’argomento. Se a questo, si aggiunge anche lo scherno verso la tifoseria, verso gli atleti con domande del calibro di “studi come premere X?” e verso il coaching staff, è naturale porsi la domanda “perché hanno bisogno di ridicolizzare chi ama e segue questo tipo di sport, invece di invogliare le persone ad apprezzare il nuovo?”.

Fonte storia E-sport: Medium.com

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