Ode a Shadow of the Colossus

Mi sono soffermato a lungo sul titolo da dare a questo testo. Questa non è una recensione, una prima impressione od un’ analisi tecnica. O forse è un poco di tutto ciò.

Questa è un’ode al mio videogioco preferito in assoluto da quando abbia mai avuto contatto con essi.

I colossi appaiono la prima volta su Playstation 2 nell’ormai lontano 2006. Un ragazzo di nome Wander cavalca per una via impervia verso una valle immensa. Il suo fedele cavallo Agro trasporta lui ed un misterioso fagotto ingombrante ed informe. Per raggiungere la radura, Wander attraversa un lunghissimo ponte che si sgretola al suo passaggio. Il ponte lo conduce al centro della pianura in un tempio che si sviluppa più verticalmente che orizzontalmente: il Sacrario del Culto. A livello del terreno, dopo una moltitudine di scale circolari, Wander attraversa una stanza enorme aperta sul fondo con statue di mostri sulle pareti laterali. In fondo all’ ambiente, prima che le colonne si aprano sulla pianura, si erige un altare.
Wander appoggia il fagotto sull’altare e lo disfa con uno strattone secco del braccio che fa volare la tela verso l’alto.
Mono, una ragazza bianca in viso e nelle vesti. Bellissima.
Morta.

Wander ha appreso che recandosi in quel luogo avrà la possibilità di riportarla in vita. Un incantesimo maligno permette di resuscitare i morti alla vita sconfiggendo i guardiani di questo sortilegio: i Colossi. Una voce tonante ed asessuata di nome Dormin descrive nuovamente perentoria la missione di Wander avvisandolo che tutto ciò ha comunque un prezzo.
A Wander non importa.

In sella ad Agro, punta la sua spada verso il cielo: la luce riflessa dalla lama individua il primo dei sedici colossi che racchiudono il segreto della vita dopo la morte.
Due colpi con le staffe ed Agro è già al galoppo. La montagna però incombe velocemente ed Aggro è impossibilitato a proseguire. Wander smonta da cavallo e si inerpica sul dirupo.
Non appena arriva in cima, un enorme piede attraversa il suo campo visivo: è un Colosso. Wander ha paura; la creatura è imponente, almeno venti volte lui, armata di mazza ed azzoppato ad una gamba.
Con una freccia Wander spera di ingaggiarla dalla distanza ma l’unico effetto ottenuto è quello di attirare l’attenzione e l’ira della creatura che lentamente si avvicina al ragazzo. Prese le distanze, Wander corre attorno al Colosso: lo guarda stupito, dritto negli occhi; ne studia i movimenti.
Lo attacca.

Salta sulla sua gamba zoppa ed infierisce sulla ferita. Il Colosso si inchina per il dolore aprendo una via verso la propria schiena. Wander ne risale il corpo, ragginge la testa, carica un colpo con la spada e lo trafigge nel cranio: uno schizzo di sangue fuoriesce dalla ferita: è nero, maligno, tantissimo.
Il Colosso si dimena. Wander per poco non perde la presa. Ritorna in posizione.
Un altro colpo.

Sangue nero.
Il Colosso si divincola nuovamente con vigore. Wander perde nuovamente la presa cadendo sulle escrescenze poste sul fondo della schiena del Colosso. Dopo aver ripreso fiato su queste sporgenze, resistendo al divincolarsi del Colosso, Wander riprende la scalata verso il cranio enorme e sanguinante.
La fine è vicina. Quando Wander infila per l’ultima volta la sua spada nella testa del Colosso quest’ultimo cade e Wander con lui.


Tentacoli di luce nera fuoriescono dal corpo del Colosso. Wander scappa impaurito ma non ci sono metri che valgano la fuga: i tentacoli lo raggiungono, lo trafiggono, lo avvelenano, lo addormentano. La voce di Dormin lo avverte: il prezzo per la vita della giovane è la sua vita; ogni colosso che distruggerà corroderà la sua anima fino a distruggere anch’essa.
Wander si risveglia nel tempio con la ragazza. La statua che simboleggia il primo colosso è ora distrutta. Nota il suo viso segnato di un nero che non si cancella, segno indelebile della battaglia e della sua anima che si sta scurendo.

Ne restano quindici.
Questa impresa non passa certo inosservata: un manipolo di cavalieri sta sopraggiungendo verso quelle terre desolate per fermare il giovane nella sua impresa pericolosa e deleteria.
Perchè? Il suo intento non è forse nobile e generoso? Riportare in vita l’amata a costo della propria vita?
La risposta arriva forse nel peggiore dei modi.
All’uccissione dell’ultimo colosso e dopo la morte di Agro a seguito di una caduta, Dormin si rivela essere un’entità maligna che ha sfruttato l’amore del giovane per liberarsi dalle statue dei Colossi dove era rinchiuso. Prende così possesso di Wander e lo trasforma egli stesso in un Colosso di ombra nera con le corna.

I cavalieri giungono in tempo sul posto e grazie all’aiuto della spada che ha sconfitto i Colossi riescono a far regredire Dormin ed a far tornare Wander alle sue dimensioni naturali. Egli però è ormai maledetto e non riesce a sfuggire alla spada che risucchia il male di cui è composto. I cavalieri lasciano la radura distruggendo definitivamente il ponte che la connette al resto del mondo.
Contro ogni aspettativa, Mono si risveglia. Agro, rimasto solamente ferito, la accompagna verso la vasca dove la spada attirava il male verso di se. Mono ritrova Wander all’età di un neonato, sempre dotato di due piccole corna.
I tre iniziano a risalire il Sacrario e giungono in un meraviglioso giardino dove passare il resto della vita, condannati a rimanere in quelle terre maledette.
Il futuro Wander è però già scritto: da lui avrà inizio una stirpe di bambini con le corna.

Non potevo inquinare questa storia epopeica perciò raccolgo tutto il resto qui. Una recensione descriveva Shadow of the Colossus come “poesia in movimento“. Ogni volta che tocco il pad e lo rigioco, in qualsiasi salsa, sia essa l’originale Ps2, la remaster Ps3 o l’emulazione su PC, non ho mai trovato parole più azzeccate.

Shadow of the Colossus andrebbe studiato come opera letteraria. Contiene l’epica avventura di un ragazzo mosso dall’amore in un viaggio impervio come quello di Dante per Beatrice. Un’avventura che si dipana tra battaglie immense e solitudine introspettiva. In essa troviamo l’amore per Mono che diventa amore per la vita, l’amicizia con Agro che si tramuta in rispetto e ringraziamento verso la natura, madre che ci supporta nella difficoltà; i Colossi, grandi ma innocenti guardiani che forse proteggono noi dal male più che rappresentare un reale ostacolo; Dormin, l’inevitabilità della morte alla fine del viaggio della vita ed il neonato, la vita che continua dopo la morte; il giardino: simbolo finale del riposo eterno.

Il tutto è accompagnato da una colonna sonora che sottolinea alla perfezione i momenti epici in cui si scalano le creature mastodontiche, il dramma del declino della vita verso la morte e la maledizione, la gioia e la pace del riposo eterno ma anche il silenzio del vento durante gli spostamenti in sella al fidato Agro.
Quest’opera non dovrebbe temere il confronto con nessun tipo di produzione letteraria, cinematografica, musicale o di qualsiasi altra natura, nemmeno se impressa nel media videogioco, notoriamente il più bistrattato di sempre.
Ad ogni partita, Shadow of the Colossus ricorda a gran voce che anche i videogiochi sono lezioni d’arte e, soprattutto, di vita.

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